La Grande Dea
Parole e immagini per evocare l'Antica Dea Madre

Chi ha inventato la Triplice Dea?
di Anna Pirera


E' mai esistita la Triplice Dea?

Da più parti si legge che l'antica Dea, la Dea neolitica - e forse paleolitica -, la Grande Dea da cui tutto ebbe origine era una Dea trina, una trinità di Dee o una Dea dai tre volti.

Le tre Dee, o i tre volti della Dea, vengono descritti come la Dea Fanciulla, la Vergine*; La Dea Madre; l'Anziana o la Strega.
Questi tre volti della Dea sarebbero stati il riflesso delle tre età della donna, assurti a principi, valenze o archetipi del femminile tout court e la loro associazione naturale sarebbe stata quella con il ciclo lunare se diviso in tre fasi.

Alla luna crescente sarebbe stata associata la Dea Fanciulla, alla luna piena la Dea Madre e alla luna calante la Dea Anziana. Sulla quarta fase della luna, la luna nera, le descrizioni appaiono differire: essa viene associata da qualcuno alla morte come momento della vita della donna - e di ogni essere vivente -, da qualcun altro alla Dea Distruttrice Oscura, da altri ancora al principio fecondatore maschile, incarnato dal Dio, spesso nella forma di toro.

Dalla scissione dei tre volti le culture patriarcali monoteiste avrebbero isolato il volto della Dea come Dea Madre, bianca e luminosa, pura e celeste, assurto con la Madonna a icona del femminile luminoso, mentre gli altri volti del divino femminile venivano progressivamente esclusi e relegati nel mondo sotterraneo e demoniaco.
I testi che leggono il divino femminile in questa chiave sono così numerosi e diffusi, che è davvero raro se non impossibile imbattersi in trattazioni nell'ambito del paganesimo contemporaneo che non riprendano tale schema.

La prima cosa che colpisce chi inizi a viaggiare nell'iconografia paleolitica e neolitica e nella mitologia delle più tarde epoche ai confini della Storia, il primo dato che balza all'occhio è la singolare assenza di raffigurazioni della Dea che soddisfino tale schema. Raffigurazioni, intendo, che mostrino una dea 'trina', dai tre volti o una triade di dee tali per cui il criterio di distinzione fra di loro sia l'età o la fase della vita da esse evocate.

Basta prendere in mano un libro della Gimbutas - magari il linguaggio della Dea, centinaia di pagine fitte fitte di immagini - per accorgersi che questa raffigurazione non appare mai. MAI!.
L'Europa dell'antico neolitico non conosce la dea trina. E le cose non vanno molto diversamente nel resto del mondo. Anche per esso, dal Giappone al Messico, dall'Anatolia alla Russia cercare una dea trina fanciulla-madre-anziana è come cercare un ago in un pagliaio.
Le rarissime immagini che gli autori citano come esempi del loro schema sembrano ampiamente discutibili. Alle volte si tratta di tre donne in una pittura o incisione rupestre, delle quali però non vi sono indizi che le certifichino con sicurezza come 'dee', dal momento che non recano traccia di ocra o di altri segnali di un ruolo nell'ambito del culto e del rito. Altre volte di una figura centrale circondata da altre due, immagine che potrebbe alltrettanto bene essere letta come raffigurazione di una dea e due sacerdotesse o di una sacerdotessa e due aiutanti.

Per contro, il Neolitico ci offre una ampia messe di dee doppie, di raffigurazioni a coppia della Dea, incisioni, figurine, interi complessi templari, come nel caso di Malta. Madre e Figlia, simbolo di generazione, ereditarietà del potere femminile, sacro e di governo, Vita che continua da sè stessa.

Una caratteristica peraltro evidente della grande Dea come si sviluppa nel neolitico in corrispondenza con il ciclo della vegetazione, caratteristica comune alle grandi dee Inanna, Ishtar, Astarte, Iside, Cibele e in seguito Demetra è quella che ne segna con nettezza la differenza con il Dio. La Dea è sempre senza età, immutabile, non cambia nè tantomeno muore, è al di là del tempo e del mutamento, amante e madre al contempo. Terra fertile e feconda, sempre sè stessa e sempre fonte di ciò che vi cresce. Il Dio, al contrario, vegetazione nasce e muore, è giovane e anziano, re Cervo e re Quercia dellle seguenti tradizioni, e gira lungo la ruota dell'anno segnandone il ciclo con la sua stessa vita. E sappiamo bene come il Dio che muore cristiano affondi le sue origini proprio in quest'ambito.

E infine, uno sguardo più da vicino alla mitologia greca, spesso portata come esempio della presenza 'evidente' della Dea trina.
Nel pantheon delle dee greche vengono individuate dee 'fanciulle'', 'madri' e 'anziane'. Artemide fanciulla, Era Madre ed Ecate anziana, ad esempio. Alcune dee sembrano suscitare perplessità: Afrodite è per certi versi una dea fanciulla-vergine, per altri versi, strega incantarice e più vicina all'anziana.
Non è facile però mantenere con coerenza tale classificazione, e molti elementi sembrano sfuggirvi. Artemide, ad esempio, è venerata ad Efeso nella sua immagine polimastica, dai molti seni e dal molto latte, immagine che, con la sua funzione di protettrice del parto, la avvicinerebbe di più alle funzioni della Madre. Di Era si conoscono tre volti - forse il caso più aderente delle 'tre fasi' della vita della donna, ma sembra che il criterio centrale di distinzione delle tre sia il passaggio al ruolo di 'moglie', passaggio che riflette la sua storia di Grande Dea Sovrana declassata in seguito alle invasioni partiarcali a moglie del Dio celeste, una storia di un prima e di un dopo storico più che un archetipo del ciclo vitale femminile. Ecate infine è splendida nelle sue raffigurazioni statuarie, in cui mostra tre volti, anche se essi ugualmente giovani e bellissimi.

D'altro canto, la mitologia greca è ricca di triadi di figure mitologiche, declinazioni di una funzione lungo tre sue valenze. Si pensi alle tre Parche, alle Muse - prima tre e poi tre x tre, nove - alle Grazie, alle Gorgoni e a molte altre.
Il tre ebbe sicuramente un valore per i greci, così come lo aveva avuto in modo preponderante nell'originaria cultura indoeuropea degli invasori a cavallo, prima che questa si mescolasse con il culto della Dea delle civiltà invase. In Grecia vediamo anche la divisione dei tre regni, celeste, terreno-marino e ctonio, come nel mondo indu la triplice divisione si configura come quella del principio di creazione (Brahma), conservazione (Visnu) e trasformazione (Shiva). Caratteristica comune ai popoli invasori indoeuropei era anche una tripartizione sociale in lavoratori-guerrieri-sacerdoti, di contro al sistema paritetico delle culture della Dea.

Che la divisione in tre abbia origini più nel mondo del maschile che in quello del femminile?
E da dove verrebbe, dunque, l'idea della Dea trina?

Non ho certezze qui da esporre, ma un sospetto: che un ruolo importante vi abbia giocato Robert Graves con il suo La dea bianca, libro in cui espone anche la tesi 'trinitaria' dell'antica Dea.
Curiosamente, perché il testo di Graves è dedicato alla Dea in ambito nordico e ben più recente del neolitico e all'antichità in esso fa solo qualche riferimento. La tesi peraltro è espressa anche in altri suoi testi, fra cui i Miti greci.

Da ultimo vorrei citare proprio il mondo nordico, che ci offre numerose immagini di dee trine che nulla hanno a che vedere con la tre età della donna. Due esempi fra tutte: Brigit, dea dei tre fuochi e la triplice Morrigan.

In conclusione di questo breve articolo, vorrei interrogarmi sul significato che a queste osservazioni possiamo dare.
Da quando è iniziato il movimento di riscoperta della Dea, le donne hanno trovato una via per incontrare nuovamente la sacralità della loro natura, per riscoprire un divino intuito anche se nascosto nelle loro profondità, per rivivere infine con orgoglio ogni aspetto della loro femminilità. Forzare però tale divino femminile a 'ricalcare' fedelmente le fasi della vita mi sembra frutto di un' incomprensione. Come se si trattase solo di ribaltare il detto cristiano 'dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza' in un 'la Dea è a immagine e somiglianza della donna' o come se il 'come sopra, così sotto' fosse da applicare con un letteralismo scolastico.

Credo invece che la riscoperta della Dea possa portarci a comprendere il femminile nel suo manifestare il divino in tutti i suoi momenti - e certamente in tutte le sue fasi - e contemporaneamente nel suo essere eternamente fonte, eternamente una, eternamente fertile.
Come nel caso di immanenza e trascendenza, in cui oggi a mio parere la chiave sta nel comprendere - e sperimentare! - la Dea come simultaneamente immanente e trascendente, viva e presente in noi, materia, istinto e natura e insieme estasi che trasforma in altro, in oltre.


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* Vergine è qui intesa nel senso di indipendente, non legata ad un uomo solo né proprietà di un uomo e non nella sua accezione fisiologica.


Testo di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it
© il cerchiodellaluna, giugno 2008

Immagini:
In alto, sotto il titolo, la triplice dea illustrata da Susan Seddon

Bibliografia - parziale - di riferimento:

Johan J. Bachofen, Il matriarcato, Einaudi, 1988
Marja Gimbutas, Il Linguaggio della Dea, Neri Pozza editore, 1997
Marja Gimbutas, Le dee viventi, Medusa, 2005
Luciana Perkovich, Oscure Madri Splendenti, Venexia 2007
Luisella Veroli, Prima di Eva,
Selene Ballerini, Il corpo della dea, Atanor, 2001
Selene Ballerini, Chi ha paura della Dea? In Re Nudo, aprile 2007
Robert Graves, La Dea Bianca
Robert Graves, I miti greci, Longanesi, 1996
Viki Noble, La Dea Doppia, Venexia
Rianne Eisler, Il calice e la spada



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