La Grande Dea
Parole e immagini per evocare l'Antica Dea Madre

Marija Gimbutas e l’Europa della Madre
Di Morgan Mac Phoenix

E’ consuetudine presso la più parte delle tradizioni wiccan e neopagane riconoscere nella figura della Dea, intesa come principio femminile del tutto, la sua triplice natura di Vergine, Madre ed Anziana, proprio come cantano i versi del “Triple Goddess Chant” di Zsusanna Emese Budapest (1)…
Ma quanto è antica questa concezione? Quanto in là nel tempo dobbiamo andare per riscoprirne le origini? Molti studiosi dell’antico si sono posti questa domanda, così come molti seguaci della Dea si sono chiesti dove e quando fosse da ricercarsi l’origo del proprio culto…
Nel corso della storia moderna sono stati parecchi i tentativi di dare una risposta convincente a questo interrogativo: sono state fatte molte ricerche, molti studi e sono stati spesi fiumi di inchiostro sull’argomento. Potremmo citare James Frazer (2), per il culto di Diana, Charles Godfrey Leland (3) per la tradizione italiana, Gerald Brusseau Gardner (4), che ne ipotizza origini orientali, Margaret Murray (5), che analizza il culto nell’ambito dell’Europa occidentale, Robert Graves (6) che esamina l’evolversi della figura divina femminile nel corso dei millenni, Merlin Stone (7) che scioccò il pubblico con il suo titolo “When God was a woman”…e potremmo così continuare citando ancora molti e molti nomi che hanno arrovellato le loro menti su questo intrigante punto di domanda…
Sono state formulate molte supposizioni, molte proposte sono state date per risolvere l’enigma delle origini ed è proprio da ipotesi e tesi che viene alimentato il lavoro svolto da una disciplina che relativamente da poco ha affinato i suoi metodi di ricerca (8) e che oggi più che mai può aiutare gli studiosi nell’interrogarsi sull’antico: l’archeologia.
Per quanto il neopaganesimo e la wicca siano nella maggior parte dei casi delle “felici rielaborazioni” (9) dei culti antichi e chiaramente non possano vantare (specialmente nel caso della wicca) una vera e propria continuità cronologica con essi, lo studio che l’archeologia si pone come obbiettivo, e cioè lo studio delle civiltà passate tramite i reperti che loro stesse ci hanno lasciato imprigionati negli strati della terra, è quantomeno importante per comprendere che ciò in cui crediamo oggi ha comunque origini antichissime e che ancora oggi nei nostri rituali vi sono accenni a concetti propri delle ritualità antiche, addirittura preistoriche!



Non mi dilungo oltre sul rapporto tra antichità e neopaganesimo poiché sarebbe di certo necessario un articolo a parte… È invece importante ricordare che sul panorama archeologico, per i suoi studi concernenti il culto della Dea, il suo linguaggio e la civiltà che se ne fece portavoce, si è certo distinta tra tutti la lituana Marija Gimbutas (in foto).

Nata a Vilnius il 23 gennaio 1921 da buona famiglia, viene educata fin da bambina allo studio delle tradizioni e del folklore della sua terra, e viene iscritta in una scuola fondata dai genitori (medici entrambi, il padre si interessava di storia ed era anche editore) proprio nel rispetto di queste ultime come alternativa alle scuole polacche e cattoliche allora presenti in tutto il paese.
Sarà proprio l’immaginario folklorico e mitologico del patrimonio culturale lituano, dalle origini antichissime, che infonderanno in Marija i primi interessi verso l’antico.
È dopo la morte del padre, quando lei aveva solo 15 anni, che, molto scossa da questa perdita, inizierà lo studio dei riti funerari precristiani e avrà le prime intuizioni sul concetto preistorico di “rigenerazione” in cui vita e morte risultano essere due facce di una medesima medaglia…A sedici anni parteciperà alla sua prima spedizione etnografica e affinerà le sue conoscenze delle tradizioni antiche lituane (10).
Insomma ci rendiamo conto che i suoi sono ottimi presupposti per una futura carriera all’insegna dello studio dell’antico ed in particolare della preistoria e della protostoria della sua terra e dell’Europa più in generale…Una carriera la sua, che purtroppo troverà pieno riscontro solo a partire dal ’49 quando riesce a spostarsi negli USA dove verranno pubblicati i suoi primi libri.

Uno dei meriti più eclatanti di Gimbutas è sicuramente l’averci proposto una visione alternativa a quella oramai da qualche centinaio di anni accettata dai più nell’ambito archeologico e più in generale dello studio dell’antico.
La studiosa nel corso delle sue ricerche ebbe una interessante intuizione di tipo sociologico e non solo…Gimbutas si chiese se quel “patriarcato che per le donne è stato sinonimo di negazione di valore, cancellazione di memoria, subordinazione in ogni ambito e infine perfino espulsione dal sacro, inteso sia come ruolo attivo all’interno delle religioni che come ruolo simbolico e cosmogonico a livello di Storie di creazione” (11), fosse sempre stato così presente nella storia dell’umanità, o se forse fosse stato il risultato di una qualche “evoluzione” (o “involuzione”) per così dire differente…
Fa riflettere in effetti che le sue campagne di scavo ebbero esordio proprio in un anno manifesto dell’emergere di bisogni, memorie e desideri non più contenibili dal patriarcato e dal capitale come il 1968. La sua teoria, che esamineremo fra poco, si è colorata così di un accento femminista specialmente se si fa riferimento alle sue intuizioni più mature connesse, tramite anche lo studio di una miriade di materiali, alla dimensione culturale e religiosa delle comunità umane della preistoria europea. Va però precisato che le motivazioni ideali, nell’opera di Gimbutas, sono secondarie rispetto ai dati linguistici, antropologici e soprattutto archeologici.
Detto questo, rivolgiamo dunque la nostra attenzione, senza la pretesta di risultare esaustivi nei confronti di un così vasto e multiforme argomento né con l’intenzione di scendere troppo nel dettaglio, sulla tesi formulata dalla studiosa a proposito della tematica inerente la cosiddetta “discesa degli indoeuropei”, tanto dibattuta tra gli archeologi e gli studiosi dell’antico.
A un certo punto della storia dell’uomo sia le fonti antiche, sia quelle fornite dall’archeologia e da tutte le discipline storiche e non di cui essa si avvale, ci informano che verso il 5.500 t.p. l’umanità fu sconvolta da scorribande di popolazioni, di cui non si conosce esattamente la patria di origine, ma che vengono identificati generalmente con il nome di Indoeuropei, i quali migrando da una Urheimat (12) collocata tra gli Urali e il Danubio, si sarebbero sovrapposti alle civiltà neolitiche preindoeuropee, come èlites militari, imponendo alle precedenti la loro struttura sociale e la loro religione…
Ci ricordiamo la fine di Creta e della sua civiltà ad opera della conquista micenea per esempio, mentre Gimbutas ci parla della cosiddetta “invasione calcolitica” da parte del popolo della “cultura delle asce da battaglia” (battle-axe culture), a scapito di una precedente civiltà antico-europea.
Gimbutas ha identificato gli Indoeuropei con una cultura guerriera dell’età del bronzo (6000-4000 t.p.(13) ), la cultura dei Kurgan, così denominata a partire dalle grandi sepolture a tumulo ( in foto ) che la caratterizzano, nelle quali venivano deposti i principi locali (14) o gli esponenti di quella che anacronisticamente definiremmo la ricca “nobiltà”.



Quella che lei stessa definirà come “l’ipotesi Kurgan”, è stata una rivoluzione di prospettiva sulle origini della cultura europea, sia in senso cronologico, ponendo indietro di almeno 5000 anni l’orologio del tempo storico (prima dell’ultima glaciazione – Willendorf e Laussel 27000/17000 t.p.) sia nel senso stesso di intendere la parola civiltà, che per i più assiomaticamente e paradossalmente inizia con le guerre e le gesta gloriose degli eroi e degli dei dell’Olimpo.
La sua ricerca spazia dal neolitico all’età del bronzo fin’anche agli inizi dell’età del ferro (10000/4000 t.p.).
A proposito di questa civiltà antico-europea, Gimbutas ci parla di un Europa primeva, le cui tracce ha riportato alla luce nelle sue campagne di scavo nel decennio 1968-1978 nel cuore dell’Europa, nel bacino del Danubio e nella penisola balcanica, con addirittura delle ricerche nella nostra penisola (Puglia e Sardegna).
In quest’area è fiorita una grande e duratura civiltà pacifica caratterizzata dal comune culto per una Grande Dea Madre, divinità, come vedremo, di nascita, morte e rigenerazione, organizzata socialmente in una struttura matrilineare che riconosceva alla donna, alla sacerdotessa, un enorme potere politico, sociale e religioso. Diversamente dai Kurgan le sepolture proprie di questa civiltà variavano molto tra loro: non recano tracce di una vera e propria gerarchia censitaria della società, per la maggior parte delle volte le sepolture sono comuni, mai chiuse definitivamente, ma anzi riaperte quando se ne presentava la necessità (15)
…Solitamente avevano forme che ricordano la figura della Dea o semplicemente il suo sacro utero da cui tutto nasce e a cui, con la morte, tutto deve ritornare…Erano molto spesso sepolture a camera o in caverna naturale o artificiale e le pareti interne venivano sovente dipinte con tinture rosse e ocra che ci rimandano agli umori del parto e al sangue mestruale! Successivamente, con la ben nota “discesa degli indoeuropei”, che Gimbutas riconosce nella popolazione da lei denominata Kurgan (16), si assiste alla fine della civiltà antico-europea, devastata appunto dal sopraggiungere, dalla zona del Mar Nero (Urheimat: patria d’origine), di popolazioni indoeuropee, dal 5500 t.p. in avanti, foriere di valori e stili di vita assai diversi da quelli della precedente civiltà: i Kurgan arriveranno a cavallo, con armi di ferro e una struttura gerarchica patriarcale e guerriera. Ebbene Gimbutas ricondurrebbe a questo momento la nascita di quella che nei millenni si è trasformata il più delle volte nella malsana idea che l’uomo in quanto maschio è più forte, più intelligente, più importante, PIÚ per antonomasia della donna e che quindi ne determinerà per molto tempo la subordinazione.
La civiltà indoeuropea, che giungerà a ondate in questo periodo, si sostituisce senza affanni alla precedente, che avendo sempre condotto una esistenza pacifica (17), non è in grado di difendersi dai nuovi venuti.
Il culto della Grande Dea Madre, che nei suoi svariati aspetti di nascita morte e rigenerazione, assume connotati fortemente ctonii, viene soppiantato da culti uranici rivolti a divinità per lo più maschili, che solo in qualche caso sono accompagnate da divinità femminili a loro subordinate…
È in questo momento allora che la nostra Dea dovrà fare i conti con nuove divinità, maschili e guerriere il più delle volte, che d’ora in poi avranno il potere di mettere in discussione la sua supremazia, che nessuno fino ad allora aveva mai messo in dubbio o in qualche modo contrastato.
Analizzando dunque gli svariati reperti che verranno alla luce durante le sue campagne di scavo, la studiosa propone una verosimile decodificazione degli aspetti di quella Dea Madre che si prospetta come punto focale dell’antica civiltà europea. Verranno individuati tre aspetti fondamentali della divinità.
La Dea della nascita, latrice di vita, di fertilità, portatrice di prosperità per le genti, per gli animali e per la vegetazione, protettrice del parto e degli infanti (18), la quale veniva rappresentata da una forma pingue che valorizzava i fianchi, i glutei e il seno, parti anatomiche strettamente collegate con il parto e dunque con la fertilità; solo una Dea florida dal largo ventre, i seni rigonfi e la vulva dalle generose proporzioni poteva assicurare le nascite e preservarle da ogni complicanza (19). È chiaro che solo una Dea, in quanto donna, aveva il potere di dare alla luce il creato, poiché per gli antico-europei il dono della creazione, il parto, era chiaramente attribuito alla sola donna, mentre il ruolo del padre non era sempre chiaro…

La Dea della Morte, che rappresentava non la fine dell’esistenza, bensì una tappa fondamentale e necessaria che ne permetteva il naturale procedere, come un costante e inarrestabile ciclo, la quale veniva rappresentata diversamente dall’aspetto precedente, bianca (il più delle volte scolpita nell’osso o nell’avorio), dalla postura rigida, con occhi grandi e rotondi simili a quelli di uccelli rapaci, a lei sacri perché legati al rito della scarnificazione (20), spesso rappresentata con la lingua pendula, una pallida prefigurazione delle Gorgoni di classica memoria, immagine insomma che incute timore e mistero, tematiche legate all’oltretomba che da sempre si è prospettato al genere umano come il regno dell’ignoto, e da sempre ciò che non si conosce stimola un sentimento di paura.

Infine, strettamente collegata con l’aspetto precedente, è la Dea della Rigenerazione che viene accostata al simbolo dell’uovo, che viene inteso come uovo cosmico, foriero di vita, di nascita.
È naturale ricondurre il concetto di morte e rigenerazione (21) a quanto dicevamo poco sopra…La morte veniva vista molto spesso come tappa fondamentale dell’esistenza prima della rinascita: l’illusorio terrore della morte tramutava in soave promessa di rinascita…A titolo di suggestione voglio rammentare al lettore che molto più tardi leggeremo nelle Bucoliche di Virgilio a proposito di un particolare rituale religioso per ottenere uno sciame d’api per una buona produzione di miele: la bugonia che prevedeva il sacrificio di un bue, affinché dalle sue carni in putrefazione potessero nascere delle api floride e mellifere (l’ape e il bove vengono accostati da tempi antichissimi, come testimonia la raffigurazione di Bucefalo della cultura Cucuteni rinvenuta nella valle dell’alto Seret in Ucraina, risalente al 5700-5500 t.p.)…

Anche alcuni riti delle Tesmoforie (22) prevedono il sacrificio di maialini da latte dalle cui carni si sarebbero ottenuti dei concimi per i riti di fertilità della terra…La loro morte come promessa di rinascita per la terra ed i suoi frutti…
Uno dei simboli collegati a quest’aspetto della Dea è sicuramente il serpente, che cambiando la pelle ciclicamente è uno dei migliori rappresentanti del concetto di rigenerazione.
L’orsa che ogni inverno va in letargo e in estate si risveglia portando con sé i cuccioli, veniva anch’essa accostata alla Dea di morte e rigenerazione: il letargo era percepito come una morte simbolica, presupposto inevitabile al risveglio estivo, foriero di vita!
Tutte queste immagini di fertilità collegate ai vari aspetti della Dea sono simboli di potenza, di abbondanza e di moltiplicazione e si riferivano al perpetuarsi della vita e alla preservazione delle forze che ne avrebbero assicurato la ciclicità, le quali erano costantemente minacciate dalla morte.
I simboli di fertilità sono legati al ciclo lunare, accostato al ciclo mestruale femminile (23), o a quello stagionale rappresentando la natura che muore e si ridesta. Come ci ricorda Gimbutas: “La Madre Terra sorge come una giovane dea in tutto il suo splendore in primavera” e, col passare dell’anno, diviene una vecchia e saggia strega in autunno, ma il suo periodo di acmè sarà quello della gestazione in primavera-estate, momento in cui tutto il creato fiorisce. Le divinità maschili sono allegoricamente raffigurate come spiriti della vegetazione che ciclicamente emerge e muore…Mentre la divinità femminile veniva concepita come sempiterna (24), la divinità maschile, legata alla vegetazione, nasceva dalla Dea, cresceva accudito amorevolmente da lei e maturo, si accoppiava con lei agli inizi della primavera essendo padre di sé stesso, per poi morire agli inizi dell’inverno ( per poi forse rinascere al Solstizio come vorrebbe la tradizione wiccan?).

Per passare all’ultimo aspetto di cui volevo trattare in questo articolo, trovo che sia utile accennare anche ad un lavoro molto interessante di Gimbutas: la studiosa infatti, come antesignana dell’archeomitologia, cerca di creare dei parallelismi (e ne abbiamo una esempio molto chiaro nella parte finale di “Living Goddesses”) tra il culto antico-europeo della Dea e le figure divine femminili proprie delle tradizioni religiose posteriori, solitamente molto calzanti in ambito pagano.
Bè, c’è da dire che nei secoli la figura della Dea ha avuto modo di evolvere in più forme, perdendo certamente fra le divinità il suo ruolo predominante di Signora dell’Universo e dovendosi il più delle volte accontentare di essere accostata come consorte, compagna o sorella delle ben più importanti divinità maschili e solitamente uraniche…Per limitare i nostri riferimenti ricordiamo ceratamente tutti che accanto a Crono siede Rhea, accanto a Zeus Hera, accanto a Odino Freya ecc…

È pur vero che l’importanza della Dea continuerà durante tutte le ere del Paganesimo e le culture pagane con le figure per esempio di Athena, Artemide, Demetra, Astarte, Dione, Melusine, Arienrhod ecc…tutti aspetti di un unico archetipo iniziale: quello della Dea.
La Dea Madre rappresentata col bambino fin dal Neolitico, giungerà fino ai nostri giorni tramite l’immagine di Iside con il piccolo Horus, o le molteplici statuette votive di Capua, anche chiamate Madri Capuane e addirittura grazie all’immagine della Vergine Maria, ultimo baluardo della divinità femminile in un culto patriarcale e monoteista come il cristianesimo…



La Dea della Morte evolverà nelle varie figure di Astarte, o della celtica Morrigan per arrivare alla lontanissima figura indiana di Kalì anch’essa rappresentata con occhi spalancati, zanne e lingua pendula…
Infine nel suo aspetto di Rigeneratrice possiamo ricordare la Dea Persefone che dopo essere scesa nell’Ade col suo sposo, ritorna alla vita in primavera, portando con sé la rinascita della terra (Demetra, sua madre, si risveglia colma di gioia) o la sumera Ishtar che scesa nell’Ade per chiedere all’infera Eriskegal la vita del fratello Tammuz, ritorna anch’essa alla vita…
Proprio come l’antica Dea Madre, queste sono tutte divinità decisamente ctonie, viste come controparti il più delle volte dei loro compagni, fratelli o mariti che invece si possono identificare come divinità del cielo.

Le argute intuizioni di cui si è fatta portavoce la studiosa lituana a noi seguaci dell’Antico Culto sembrano talvolta essere animate da qualcosa di più di una passione archeologica…
Brillante archeologa, certo, la Gimbutas lo è, ma chi può dire che non fosse anche una strega?
In conclusione, oltre a questo interrogativo dai tratti provocatori, lascio al lettore la bibliografia, nel caso fosse interessato alle fonti che hanno ispirato questo articolo, e chiudo il medesimo con le significative parole di M. Gimbutas: “l’eredità intellettuale della civiltà occidentale va fatta risalire molto più in profondità del tempo di quanto si era riconosciuto precedentemente, agli antichi devoti della Dea che erano in grado di pensare sia simbolicamente, sia astrattamente” .

Per contattare creativamente il mondo della Dea raccontatoci dalla Gimbutas,
il Cerchio della Luna propone laboratori e workshop di lavorazione dell'Argilla sulle forme dell'Antica Dea :
a luglio, un seminario in natura, per incontrare la Dea attraverso l'argilla, immerse negli elementi.
a Milano un laboratorio settimale per ritrovare la nostra creatività e i molti volti della Dea che vive in noi.


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(1) In “The Holy Book of Women’s Mysteries”, Z. E. Budapest, Wingow Press (Berkeley, CA)
(2) James Frazer approfondirà nel suo testo “The Golden Bough” (“Il Ramo d’oro”) il culto di Diana nel santuario di Nemi, riconducibile addirittura all’epoca preromana con la civiltà dei Sabini…
(3) C. G. Leland, appassionato di antichità e mitologia, è autore di “The Gospel of Witches”, un’opera che deve essere conosciuta da tutti i fedeli della Dea, poiché sebbene oramai parecchio datata, può essere intesa come un utile documento di “letteratura stregonica” .
(4) L’ autore nel suo “Witchcraft today” ci spiega nell’VIII capitolo come le streghe e il culto da loro praticato proverrebbero dall’Oriente, alludendo in particolar modo alle terre d’Egitto.
(5) Archeologa dibattuta fin dai suoi tempi, la Murray, attraverso frammenti e documenti storici, ricostruisce un interrotto culto pagano della Triplice Dea nel suo “The Witch Cult in Western Europe”.
(6) Graves è noto agli studiosi delle discipline umanistiche grazie al suo dizionario della mitologia classica, essendo lui più che altro un grecista. Già in quest’opera traspare sotto forma di molteplici allusioni la figura della Dea che viene però studiata e analizzata in maniera impeccabile in “The White Goddess”, opera conosciuta in questo caso anche da molte streghe, che mette in luce tutti gli aspetti della Multiforme…
(7) L’autore nella sua opera invita a riscoprire un passato che è stato bruciato da millenni di “Judeo-Christian myth”, come lui lo definisce. Viene contrapposta la figura sociale del matriarcato a quella successiva che con violenza ne prese il posto: il patriarcato.
(8) E. Harris e i principi di stratigrafia a dare una svolta
(9) Spero di non essere attaccato dagli esponenti di questi ultimi movimenti religiosi per questa definizione molto approssimativa di quelli che sono sistemi religiosi meravigliosi e dai risvolti spirituali e filosofici molto profondi…
(10) Per una biografia completa di Gimbutas, consiglio la lettura dell’articolo “Signs out of time” di Luciana Percovich.
(11) “Signs out of time”, Luciana Percovich
(12) Ur-heimat : patria d’origine.
(13) T.p.: dal tempo presente, per orientarci all’interno della cronologia generale riferentesi all’antichità mi avvalgo in questo articolo di questo tipo di datazione.
(14) È probabile per questa civiltà un’organizzazione sociale simile a quella del “chiefdom”.
(15) Come vedremo, per questa civiltà la morte non è motivo di un inutile dolore bensì è sacra anch’essa al pari della nascita, e le sepolture erano generalmente anche luoghi di culto dove si adoravano non solo gli aspetti della Dea della morte e della Rigenerazione, ma anche gli antenati, che nel culto antico-europeo, come anche in svariati culti pagani posteriori, assumevano un’enorme importanza.
(16) Come accennato poc’anzi, i Kurgan erano grandi tumulazioni nelle quali venivano sepolti i principi di questa “nuova” civiltà insieme alle loro mogli, concubine, servi e a tutto il loro seguito
(17) Non vi sono prove archeologiche sufficienti che attestino un’organizzazione guerrirera della civiltà antico-europea.
(18) Bisogna tenere ben presente che il parto era sempre sinonimo di alto rischio per la donna e per il suo bambino, che non avevano mai la certezza della sopravvivenza in un ambiente che certo doveva apparire più ostile di quello di una moderna clinica ostetrica…
(19) Un’idea abbastanza chiara ci viene fornita da questa maestosa Dea su trono (nell’immagine in alto), fiancheggiata da felini, partoriente il bambino che emerge tra le sue gambe. Fu rinvenuta in un contenitore per il grano. Neolitico dell’Anatolia centrale. Santuario nel livello II, Çatal Hüyük; 8000 t.p. circa
(20) Durante questi particolari rituali funebri, i morti non venivano sepolti immediatamente, ma erano esposti all’aperto su apposite piattaforme, dove gli uccelli rapaci spogliavano il corpo della sua carne, lasciando solo le ossa. La rimozione delle carni era considerata necessaria per completare il processo della morte: solo quando fossero rimaste le sole ossa l’individuo poteva essere seppellito, e poteva avere inizio il segmento successivo del ciclo: la Rigenerazione.
(21) È Questo un concetto comune a molte civiltà antiche, come ricorda anche Mircea Elide (1954; 1991, p.52), affermando che in tutte le culture sussiste il concetto di rigenerazione periodica della vita, finanche a livello cosmologico che presuppone la ripetizione dell’evento cosmogonico. La vita e il tempo stesso, sono ciclicamente rigenerate.
(22) Rituale che, per quanto riguarda la mia esperienza archeologica, possiamo forse ritrovare in nuce fin dall’Età del Bronzo, come attestano le ultime ipotesi proposte inerentemente al sito di Sorgenti della Nova da un collega (Sorgenti della Nova, nei pressi del Monte Amiata si trova nel Lazio settentrionale, ai confini con la Toscana).
(23) La luna era una delle più palesi emanazioni della Dea. Il suo ciclo rappresentava il ciclo mestruale della divinità, e le sacerdotesse, così come tutte le donne, si riconoscevano nella Dea che come loro scandiva la ciclicità della propria esistenza tramite il mestruo.
(24) La Dea da fanciulla diviene madre e poi anziana limitandosi a mutare forma con lo scorrere delle stagioni, per rinnovarsi in primavera, ma senza mai morire!

Bibliografia:

• “Il Linguaggio della Dea”, M. Gimbutas, Neri-Pozza
• “Le Dee viventi”, M. Gimbutas, Medusa
• “Marija Gimbutas, Signs out of time”, L. Percovich
• “Di mamma ce n’è una sola”, Alessia Rovelli, MEDIOEVO n. 5 (16) Maggio 1998

Testi consigliati oltre a quelli bibliografici:
· “When God was a woman”, Merlin Stone, Harcourt Inc
· “La Dea Bianca” , Robert Graves, Adelphi
· “I Baltici”, M. Gimbutas, 1963
· “Le culture dell’Età del Bronzo dell’Europa centrale e orientale”, M. Gimbutas, 1965
· “The civilization of the Goddess”, M. Gimbutas, 1994

Testo originale di Morgan Mac Phoenix per http://www.ilcerchiodellaluna.it © 2007

Inserito nel sito www.ilcerchiodellaluna.it il 28 Giugno2007



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