Femminile
Parole e versi che ci hanno ispirato nel mondo del femminile


La Tunda
A cura di Emanuela Ghidini

 

La Tunda è una donna che abita tra le montagne di Esmeraldas1. Tutti gli abitanti della regione conoscono il suo nome, il potere del suo seducente canto e l’irresistibile aroma della sua cucina, ma solo pochi l’hanno veduta. Tío2 Pascual l’ha vista ed è stato con Lei.

E questa è la sua storia, la storia che racconta il vecchio più vecchio di Playa de Oro:


La Tunda e’ una donna dalla pelle nera, il corpo massiccio, una gamba di legno, la testa coperta da uno scialle. Vive sulle alture, ma scende d’abitudine lungo i torrenti per lavarsi o per pescare gamberetti e granchi. Sa come si cucina, sa come si canta e come si prega. Puo’ trasformarsi in ciò che vuole, uomo, donna o animale. E’ così che è in grado di rapire chi le si avvicina per portarlo via con sé nella foresta, per sempre entundado3.

Molti anni fa andai a fare il bagno al Río. Riposavo steso sulla spiaggia quando udii un canto straordinario, unico, diverso da qualsiasi suono avessi mai udito provenire da uccelli, scimmie, rane o rettili che popolano il folto della vegetazione. Spaventato, mi alzai in piedi di colpo, deciso a tornare di corsa in città. Troppo tardi: il canto si faceva ancora piu’ misterioso – “Uy,uy,uy…” e iniziavo a percepire un buon odore di gamberoni fritti. Sapevo che avrei dovuto correre via gridando “Ay carajo!”4, così come mi avevano insegnato che occorre fare per non rischiare di incontrare La Tunda. Ma il profumo del succolento pranzo si era fatto ormai così irresistibile che non potei far altro che avanzare nel folto della macchia.

Ero di poco penetrato nella fitta boscaglia, quando giunsi ad una radura. Lì, voltata di spalle e china davanti a tre pietre che formavano un focolare, una donna robusta era intenta a cucinare un pranzetto delizioso. Il profumo era tale che mi sentii quasi svenire e non potei far altro che avanzare verso di Lei.

Rimasi impietrito quando si voltò a guardarmi. Portava uno scialle a coprirle il capo. Il naso largo e grosso, le labbra enormi e un corpo deforme sostenuto da una gamba umana e da una di legno. Mi feci il segno della croce, ma La Tunda sembrò ignorarlo e mi porse invece un piatto fumante di gamberoni.

Fui catturato da quel profumo squisito e cominciai a mangiarne voracemente. Ad ogni boccone i gamberoni mi si scioglievano in bocca. Quel piatto era così delizioso che lo finii in un attimo e rimasi col desiderio di averne ancora. Senza muoversi da dove si trovava, La Tunda mi allungò un secondo piatto.

Divorai anche questo con avidità. Ogni boccone sembrava sempre più buono e ad ogni boccone anche La Tunda sembrava cambiare aspetto. Da principio furono il suo naso e le sue labbra a sembrarmi meno grossi. Al terzo piatto, il corpo della donna non appariva più deforme; al contrario, la sua figura sembrava possedere lo stesso irresistibile fascino di quello che stavo gustando. Chiesi una quarta porzione e poi una quinta, una sesta e una settima, fino a non poterne più. Alla fine La Tunda mi apparve come una donna più che bella, bellissima. La gamba di legno era sparita e la sciarpa sul capo lasciava intravvedere riccioli neri che brillavano come l’acqua del fiume sotto il sole del mezzogiorno. Quando ancora oggi ripenso all’incontro di quella mattina, ricordo solo che il mio ultimo pensiero era rivolto a non separarmi mai più da Lei.


Il giorno seguente parenti e amici di Playa de Oro entrarono in agitazione per la mia scomparsa e, sospettando quello che affettivamente era accaduto, andarono a chiamare Don Hilario che era mio padrino.

La compagnia s’incamminò penetrando sempre più nel folto della foresta. Portavano acqua benedetta, una corda e un bombo5. Giunti alla stessa radura entro la fitta boscaglia dove il giorno prima avevo incontrato La Tunda, vi scoprirono impronte umane e la traccia lasciata da una gamba di legno. Ebbero allora la certezza ch’io ero stato preso, entundado.

Tutta in allarme, la compagnia di amici si mise all’erta a seguire le tracce che portavano entro la densa macchia della vegetazione.

Non poterono fare altro che aprirsi la strada a colpi di machete. Cantavano “María Pastora, piedad María”, una litania che ha il potere di infastidire La Tunda. Don Hilario intanto avanzava gridando “Pascual! Pascual! Aquí está tu padrino”. Ma non otteneva risposta.

Camminarono e cantarono per ore nell’umidità calda di quelle alture. Fino a che un rumore di foglie secche calpestate li mise in allarme. Allora tutto tacque per un momento e colui che portava il bombo iniziò a batterlo con tocco monotono. Si unì poi a quel suono sordo e profondo il canto di María Pastora.

Cantavano con devozione e il tamburo suonava. Il tamburo suonava e il canto proseguiva. Improvvisamente la densa boscaglia si agitò come se una bestia si fosse mossa per scappare.

Sembrava che il tamburo e il canto avessero spaventato La Tunda, ma temevano che Essa mi portasse via con sé. Fu allora che Don Hilario iniziò a gridare con tutte le sue forze:


Pascual, Pascual,

no te vayas allá.

Ven pronto acá

que la Tunda

te va a llevar


Silenzio. Il folto impenetrabile dei rami rimase immobile. Persino le miriadi di insetti che infestano la macchia soffocarono il loro canto.

Allora si aprì violentemente un passaggio nella densa boscaglia e la compagnia vide farsi avanti una figura umana con le vesti ridotte a brandelli e il corpo ricoperto di fango. Fu così che mi videro dopo tanta ricerca. Grugnivo a digrignavo i denti come una fiera caduta in trappola.

Don Hilario e gli altri mi furono addosso, mi afferrarono saldamente e mi legarono stretto con la corda.

“Ora lo teniamo - disse Don Hilario - Dategli l’acqua santa”.

Al contatto con l’acqua iniziai a tremare da capo a piedi, vomitai qualcosa di scuro e vischioso e fu allora che svenni.

Non ripresi i sensi fino al giorno seguente e mi tennero legato in casa mia per i successivi tre mesi. A poco a poco sparì il desiderio di seguire di nuovo La Tunda nella foresta e recuperai le mie facoltà mentali.


Tío Pascual termina di solito il suo lungo racconto con questa canzone:


La Tunda era de carne y hueso

Mas no le gustaba cocinar

Por eso escapó al monte

Para vivir sin trabajar.


De ahí se convirtió en Tunda

Que anda buscando enamorar.

A sus hermanos y hermanas de tierra

Su espíritu sale a entundar.6




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Note al testo


1 Esmeraldas è la provincia piu’ a nord dello stato dell’Ecuador, affacciata sull’Oceano Pacifico e attraversata dal Río Esmeraldas; è nota per le miniere di smeraldi e per avere la piu’ consistente comunità nera di afro-americani dell’Ecuador (comunità di Playa de Oro).

2 Tío, ovvero zio, è in molte regioni del Centro e Sud America un’appellativo conferito ai vecchi piu’ rispettati della comunità.

3 Verbo spagnolo derivato da Tunda con il significato di “incantare, stregare”.

4 Il termine carajo appare in più espressioni gergali con differente significato a seconda dell’enfasi conferitagli. È sicuramente la parola più usata nella lingua spagnola. In questo contesto sembra consistere in un’esclamazione di terrore.

5 Il bombo è un grande tamburo cilindrico utilizzato nel Centro e Sud America e nei Caraibi. Costruito solitamente a partire da un barile di legno chiuso alle estremità da pelle di alpaca, viene suonato percuotendolo da entrambe le parti.

6 La Tunda era di carne ed ossa/ ma non le piaceva cucinare/ fu così che scappò sui monti/ per poter vivere senza lavorare./ Là divenne La Tunda/ sempre a caccia di persone da rapire./Ai fratelli e alle sorelle della sua terra/ il suo spirito appare per entundare.

 


 

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