Galleria delle Dee                                 
Incontrare le Dee attraverso storia, mito, immagini e racconti

DIONISO: il dio del risveglio della natura, dell'estasi della danza e del vino.
di Manuela Caregnato



A te che sei tutto
E di tutto l’estremo contrario
Non è facile
Levare il canto
Per i molti tuoi doni
E gli insondabili abissi
Tra cui ti nascondi


Dioniso è una delle più affascinanti e contraddittorie divinità della mitologia greca.
In senso generale Egli rappresenta la prorompente energia della natura dal momento del suo risveglio, quella forza vitale e istintiva che accompagna i frutti alla maturazione, e in quanto tale è visto come una divinità benefica, da cui dipendono i doni della natura stessa.
Ma, forse perché questa energia tende a scomparire con l’inverno, gli antichi gli attribuirono anche una serie di simbologie connesse ad un’idea di sofferenza, persecuzione e follia.
Conosciuto soprattutto per aver introdotto il vino, bevanda “dionisiaca” per eccellenza, come vedremo il suo mito offre un ben più ampio simbolismo e molti sono i doni di questo Dio  di sesso maschile ma dall’indole profondamente femminile, amato e odiato, più di una volta ucciso e poi rinato, simbolo della “diversità”, della follia, del piacere senza limiti e di tutto  ciò che viene rinnegato soprattutto perché fa paura.
Bacco ne è il corrispettivo nell’antica Roma, Fuflunus per gli etruschi, Maimone per i sardi mentre Liber Pater è la divinità italica che gli corrisponde.

   


LE ORIGINI DI DIONISO


Uno dei tratti più controversi della divinità riguarda proprio le sue origini e la sua nascita, riguardo la quale esistono diverse versioni (1).
Per quanto indiscusso sia il nome del Padre, Zeus, diverse sono le versioni che riguardano la madre. Alcuni mitografi dicono sia figlio Demetra, altri di Io, o ancora di Lete; altri ancora lo fanno figlio di Dione, oppure di Persefone.
Secondo alcune leggende orfiche, infatti la madre di Dioniso è definita "la regina della morte", il che fa appunto pensare a Persefone.
Zeus stesso, innamoratosi di sua figlia, nascosta in una grotta per volere di Demetra, si sarebbe tramutato in serpente e l’avrebbe raggiunta mentre era intenta a tessere.  Fecondatala, la fanciulla partorì due bambini, Zagreo e lo stesso Dioniso (2).

La versione più conosciuta è comunque quella che lo vede figlio di Semele, donna mortale figlia di Cadmo, re di Tebe.
Semele aveva suscitato l'amore di Zeus che la fecondò sotto le spoglie di un mortale.
La gelosa Era lo scoprì e decise vendicarsi contro Semele e il suo bambino non ancora nato. Le apparve quindi sotto le spoglie della sua vecchia nutrice, e convinse l'incauta fanciulla ad assicurarsi della natura divina del suo amante, insistendo perchè le si presentasse nello splendore della sua vera natura.
Quella stessa notte, quando Zeus venne a trovarIa, Semele lo pregò di farIe un favore, e Zeus giurò sul fiume Stige (un giuramento irrevocabile) che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avesse chiesto. Semele, che era stata ingannata da Era, gli chiese di apparirle in tutta la sua maestà di sovrano dell'Olimpo; non sapeva che ciò per lei avrebbe significato la morte. Costretto a rispettare il giuramento, Zeus prese le sue sembianze divine, una presenza che nessun mortale poteva sostenere.
Il fuoco di folgore uccise Semele, ma rese immortale il piccolo non ancora nato. Nel momento stesso in cui Semele moriva, Zeus estrasse dal suo grembo Dioniso e se lo cucì nella coscia, che gli fece da incubatrice finché il piccolo non fu pronto per nascere. Ermes
fu la levatrice di questo insolito parto.

Dioniso fu portato presso la sorella e il cognato di Semele che lo allevarono come fosse una bambina, ma anche questo camuffamento non lo sottrasse alla vendetta di Era, la quale fece impazzire i suoi genitori adottivi che cercarono di ucciderlo.
Ancora una volta Dioniso fu salvato dalla morte da Zeus, che lo trasformò in un capretto e lo portò sul monte Nisa, un mitico luogo divino abitato dalle Ninfe, che lo allevarono in una grotta.
Qui il suo tutore Sileno, un mortale, lo mise a parte dei suoi segreti della natura e gli insegnò a fare il vino. Sileno viene di solito raffigurato come un vecchio attempato, affidabile e a volte un po’ brillo, metà uomo e metà cavallo.

IL MITO



Il neonato "nato dalla coscia di Zeus" già dalla sua venuta al mondo possedeva delle piccole corna con dei ricciolini serpentini.
Da grande, punito dalla gelosa e vendicativa Era con la pazzia, vagò con il tutore Sileno e un gruppo di satiri e baccanti fino in Egitto, dove si batté con i Titani, restituendo ad Ammone lo scettro che questi gli avevano rubato; in seguito si diresse in oriente, verso l'India, sconfiggendo numerosi avversari lungo il suo cammino (tra cui il re di Damasco, che scorticò vivo) e fondando numerose città.
Al suo ritorno gli si opposero le Amazzoni, che egli aveva già precedentemente respinto fino ad Efeso, ma vennero sbaragliate dal Dio e dal suo seguito. Fu allora che decise di tornare in Grecia in tutta la sua gloria divina, come figlio di Zeus.
Quando fece ritorno dall’india, Cibele o Rea lo purificò degli assassini commessi in stato di ebbrezza e gli insegnò i misteri e i riti di iniziazione, per cui divenne il sacerdote della grande Dea e Dio lui stesso.
In seguito sbarcò in Tracia, ma lui e il suo seguito vennero respinti dal re Licurgo, che Rea fece impazzire per la sconfitta inferta al dio.
Sottomessa la Tracia, passò in Beozia e poi alle isole dell'Egeo, dove noleggiò una nave da alcuni marinai diretti a Nasso; questi ultimi si rivelarono poi essere pirati che intendevano vendere il dio come schiavo in Asia, ma questi si salvò tramutando in vite l'albero maestro della nave e sé stesso in leone, popolando nel contempo la nave di fantasmi e di animali feroci che si muovevano al suono di flauti; i marinai, sconvolti, si gettarono in mare e divennero delfini (vedi il racconto nell'Inno a Dioniso).

Giunse all'isola di Nasso, dove incontrò Arianna abbandonata da Teseo e la sposò, dopodiché riprese di nuovo il mare per la Grecia.
Sbarcato ad Argo, Perseo gli eresse un tempio perché placasse le donne di quella città, fatte impazzire dal dio come punizione per l'eccidio dei suoi seguaci, permettendo a Dioniso di entrare nell'Olimpo.

Nella mitologia e nel culto di Dioniso vita e morte si intrecciano. La tomba del Dio si trovava nel santuario di Apollo a Delfi, dove veniva adorato ogni anno come il fanciullo risvegliato.
Era un dio adulto che moriva, un dio che trascorreva un certo tempo nell’oltretomba, un dio neonato.


EPITETI DI DIONISO


L’origine e la natura variegata di Dioniso risulta evidente dal gran numero di epiteti, che si riferiscono alle sue molteplici forme e caratteristiche divine:  epiteti legati alla sua vitalità animale e vegetale, a eventi e invocazioni rituali, a luoghi di culto, ad aspetti inerenti il mito, a prerogative e attribuzioni della sua complessa figura divina.

Ampelos, “tralcio di vite” fa riferimento all’invenzione del vino.
In Attica tale epiteto è sempre sostituito con Kissòs, "edera", pianta che al tempo stesso dissimula e simboleggia la forma della vite; alla stessa sfera rinvia l’appellativo poetico di Oinops o Oinopos, attribuito all’edera. Affine a questo nome è Perikìonos, proprio dell’area tebana: il suo significato è Dioniso "che si avvinghia alla colonna" in forma di edera.
L’appellativo Oinos, "vino", identifica il dio col prodotto della pianta a lui per eccellenza legata, e a Dioniso Oinos veniva sacrificato un capretto, forse per offrire carne in cambio  di vino e neutralizzare con la mescolanza di cibo e bevanda ogni eccesso pericoloso di ebbrezza.

Ambiguo l’epiteto Orthòs, Dioniso "diritto", forse riferito al fatto che in origine il dio era adorato all’origine nella forma di phallòs "eretto", simbolo di fecondità; ma l’epiclesi potrebbe  anche essere interpretata nel senso che gli uomini, avendo imparato da lui a mescolare il vino con l’acqua, da quel momento sarebbero stati in grado di tenersi "diritti" in piedi.

Al vino si lega anche il furor bacchico e a tale stato psicologico è da connettersi l’epiteto Mainòmenos, Dioniso "furibondo". Ancora al vino, che "scioglie" e "libera" dagli affanni, si riferisce Lysios, il Liber dei romani.

Il dio è anche Endendros e Dendrìtes, ossia lo "spirito dell’albero".
Infine, come Euànthes, Dioniso della "feconda fioritura", era invocato dai seguaci del thìasos durante il periodo delle scorribande nelle campagne.

Eriphos, Dioniso "capretto", designa l’aspetto ferino più noto nella mitologia; l’appellativo riflette il mito giovanile di Dioniso sbranato dai Titani, fatto a pezzi e poi messo a bollire. Zeus, attratto dall’odore, apparve e col fulmine impedì ai Titani di consumare il pasto, sostituendolo con il capro sacrificale. A questo animale si riferisce anche il culto di Dioniso Melànaigis, il dio "con la nera pelle di capra". Di grande importanza anche gli epiteti che propongono l’identità del dio col vitello e col toro: Bougenès significa Dioniso "figlio di vacca" e "nobile toro". Gli epiteti Eriphos, Bougenès e Taùros dicono anche che Dioniso è la preda a cui si dà la caccia e l’animale sacrificale da divorare crudo.
Ma il dio è anche Omàdios e Omestès, "colui che si ciba di carne cruda", e per lui viene imbandito un pasto sacrificale.
Anche l’appellativo Isodaìtes, "spartitore esatto di carne sacrificale", rimanda al destino del dio smembrato e al tempo stesso istigatore dello sparagmòs e dell’omophagìa, e Anthroporràistes lo designa addirittura come "colui che si ciba di carne umana". È probabile che questi epiteti risalgano ad un’epoca in cui a Dioniso venivano immolate vittime umane.

Dioniso è pure Zagreùs, il "grande cacciatore": a Pilo c’era un sacerdote che rivestiva la funzione di Dioniso cacciatore di fiere vive. Nella città portuale tessalica di Pagase il dio era venerato col titolo di Pèlekys, Dioniso "doppia scure": lo strumento era l’arma sacrificale con la quale si compiva l’uccisione del dio in forma di vitello o di toro.

Al mito della sua nascita rinvia l’epiteto cultuale e poetico Eiraphiòtes, Dioniso "cucito nella coscia"
Anche l’appellativo Dimètor, "colui che ha due madri", si riferisce appunto a questa doppia ‘maternità’ del dio.
La folgorazione di Semele è ricordata dall’epiteto Pyrìgenos, "nato dal fuoco" o "dalla folgore"; e Bròmios, Dioniso "rumoroso", il dio del "tuono" (bròmos), rievoca l’evento che accompagnò la sua nascita (così è invocato spesso nelle Baccanti).
Ai cicli annuali di rinascita si riferisce l’epiteto Trieterikòs, il dio "dei due anni alterni": la trieterìs era appunto un periodo triennale e al terzo anno iniziavano le celebrazioni festive del dio.
Al mondo ctonio, oscuro e notturno di Dioniso, si riferisce l’epiteto Nuktèlios, che dice il momento in cui si celebravano le orge, cioè di notte.
Anche Meilìkios, che designa Dioniso come il dio "dolce mielato", appartiene alla sfera ctonia del dio, perché il miele era offerto in libagione ai defunti e serviva alla loro imbalsamazione (Persefone, che è divinità sotterranea dei morti, è detta Melitòdes, la dea "mielata").
Ma Dioniso può manifestarsi anche come divinità luminosa e a questa sua prerogativa è forse da collegarsi l’invocazione rituale di Iakchos, il dio portatore di fiaccola nei misteri notturni.

Molti tra gli epiteti riguardano i luoghi di culto più importanti: Kàdmeios si riferisce al palazzo di Cadmo, dove c’era la tomba di sua madre Semele.
Nysàios e Krèsios rinviano ai luoghi cultuali di Nisa e Creta. Come Limnàios, Dioniso era venerato, all’inizio dei mesi invernali, nella palude di Limna, a sud dell’acropoli di Atene, dove c’era un tempio; nei suoi pressi scaturivano sorgenti la cui acqua era mescolata con vino per evitare eccessi di ebbrezza dovuti al liquore di Dioniso: era l’occasione in cui gli Ateniesi celebravano il nuovo anno vinario.

Alla natura androgina del dio, che contrasta con la sua forza generatrice maschile ma ribadisce il suo essere ambiguo, appartengono appellativi quali Gynnìs, "femminella" (Baccanti, v. 335 "straniero dalle forme di femmina") e Arrenòthelys, "ermafrodito".
Alla sfera della sessualità allude Enòrches, "colui che è in possesso dei testicoli", epiteto con cui era venerato a Samo e a Lesbo.
Connessi con le immagini e le scorribande dei thìasoi sono le invocazioni a Dioniso come Archìbakchos, "colui che conduce i bàkchoi", oppure Bakchèus e Dithyrambo quest’ultimo impiegato nelle Antesterie, feste della stagione primaverile, e spiegato dagli antichi come
o dis thyraze bebekòs, "colui che è venuto due volte alle porte della nascita", con chiaro riferimento alla doppia gestazione del dio, prima nel ventre di Semele, poi nella coscia di Zeus.

Con Thrìambos (cfr. il nome latino triumphus) si voleva ricordare che a lui per primo fu decretato il "trionfo": fu celebrato così quando, come dio vagabondo e guerriero, tornò dalla sua spedizione in India.
L’appellativo Mitrephòros designa il dio come "portatore di mitra", una fascia arrotolata sul capo al modo di un turbante, un capo di abbigliamento rituale indossato anche dagli adepti che manifestavano così la propria identificazione colla divinità. Integrato nel contesto cittadino e ristretto delle eterie simposiali, il dio era invocato come Melpòmenos, perché alle bevute in onore del dio si mischiava il canto (molpè) e la musica.



IL CULTO DI DIONISO




I fedeli di Dioniso, e soprattutto le donne dell'antica Grecia, erano in comunione con il dio, una comunione che avveniva nei luoghi montuosi più selvaggi. Esse entravano nella dimensione delle emozioni e dell'irrazionalità danzando, sospinte dalla forza irresistibile di una musica estremamente coinvolgente, possedute dal Dio.
Stati alterni di orgia e di silenzio mortale erano l'elemento caratteristico del culto di Dioniso. La celebrazione di Dioniso era detta 'orgia' del Dio.
Con il vino o altre sostanze inebrianti e con danze ritmiche accompagnate dalla musica frenetica di zampogne, tamburi e cembali, i celebranti entravano in uno stato estatico e si sentivano 'tutt'uno' con il Dio.
L'orgia arrivava al culmine nel momento in cui si faceva a pezzi e mangiava la carne cruda di un animale sacrificale, ritenuto un'incarnazione del Dio. Si trattava di un atto di comunione grazie al quale Dioniso entrava nel celebrante.
A Delfi, Apollo cedeva il proprio santuario a Dioniso per i tre mesi invernali. Lì, le feste in suo onore avevano sempre una natura orgiastica ma erano limitate a una rappresentanza ufficiale di donne provenienti dalle diverse città della Grecia e venivano celebrate ogni due anni.
Dioniso non veniva soppresso, bensì riconosciuto, moderato e istituzionalizzato. A Delfi, le celebranti diedero inizio anche a una sacra danza annuale con la scoperta rituale e il risveglio del piccolo Dioniso.
Gli accessori caratteristici dell’abbigliamento ritualistico del culto di Dioniso erano il tirso, la nebride e la mitra (3).
Durante la festa dei fiori (le Antesterie), che segnava l'inizio della primavera nel Mediterraneo, si portava il vino nuovo con una cerimonia davanti a una grande maschera di Dioniso.
Gli occhi della maschera guardavano direttamente il fedele, per il quale il Dio in persona era presente nella maschera.
La maschera ha una ruolo importante nel dionisismo e durante alcune celebrazioni i fedeli indossavano una maschera bianca, come simbolo del Dio, dell’infinito, del principio e fine di tutte le cose (5).

Anche gli animali avevano un ruolo particolarmente importante nel suo culto. Sacri gli erano il capro, il toro, la pantera, il leone, il serpente e l’asino(7).

Le piante a lui care sono la vite, l’edera, il pino, il fico e il mirto (8); gli strumenti musicali con cui viene rappresentato nelle immagini iconografiche sono flauti, nacchere e cimbali (9).

Dioniso aveva un posto importante anche nell'Orfismo. Nella teologia orfica, il dio fanciullo veniva fatto a pezzi e divorato da due Titani gelosi, ma il suo cuore veniva salvato da Atena ed egli rinasceva attraverso Zeus, secondo alcune versione come figlio di Semele. Veniva adorato come Zagreo, il nome orfico del Dioniso del mondo sotterraneo.

DIONISO E IL FEMMINILE

Dioniso è un Dio, come già detto, di sesso maschile ma di indole femminile, istintivo e passionale, assolutamente irrazionale e pulsionale. Anche per Lui, come per il padre Zeus, le donne giocano un ruolo fondamentale, tant’è che le sue seguaci sono prevalentemente donne.
La madre morì quando Dioniso era ancora un feto, e lui crebbe circondato da nutrici e madri adottive, e in seguito discese nell’Ade per cercare sua madre. Nell’ambito della mitologia greca, Dioniso è l'unico dio che salva e risana (anziché dominare e violentare) le donne che rappresentano precedenti divinità, detronizzate perché il popolo che le venerava è stato sconfitto.
Dioniso infatti discese nell'Ade per riportare in vita la madre Semele. Poi, insieme, ascesero all'Olimpo, dove lei divenne immortale. Semele era stata adorata nei tempi pre-ellenici come una dea associata alla luna e alla terra; lo stesso dicasi di Arianna, che Dioniso ebbe in sposa.
Il mito narra che Arianna, figlia di Minosse, era stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo (da lei aiutato a uscire dal labirinto), e si sarebbe sicuramente uccisa per la disperazione, se Dioniso non l’avesse salvata facendola sua sposa.
Sempre per intercessione di Dioniso, Zeus la rese immortale e poiché era strettamente legata ad Afrodite, Ella fu adorata a Cipro come Arianna Afrodite. I greci fecero di lei, un tempo dea cretese della luna, una mortale ingiustamente perseguitata che grazie a Dioniso era stata nuovamente deificata.



LE BACCANTI O LE MENADI


Le Menadi, dette anche Baccanti, Tiadi o Mimallonidi, erano donne in preda alla frenesia estatica e invasate da Dioniso.
Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste.  Solitamente agitavano il tirso, cioè una picca avviluppata dall'edera sulla sommità.
La mitologia greca racconta che le Menadi accompagnavano il dio Dioniso nei suoi viaggi, costituendo anche un reparto del suo esercito nel suo viaggio in India.

menadi   menade  

  
Il culto praticato dalle Menadi fa da sfondo ad una delle più importanti tragedie di Euripide intitolata "Le Baccanti".
A questo proposito le lettrici e i lettori sono invitati a leggere gli interessanti approfondimenti alla nota (4).
Nell'iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l'oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate.
Le Baccanti vengono anche nominate nella leggenda di Orfeo ed Euridice: Orfeo, dopo aver perso per la seconda volta Euridice, vaga per i boschi, dove incontra proprio un gruppo di Baccanti, che invitano Orfeo a festeggiare insieme a loro. Ma Orfeo, dopo la morte di Euridice non vuole più compagnie femminili, e le Baccanti, offese, lo uccidono.
Così Orfeo può scendere agli Inferi e riunirsi alla sua amata Euridice.

L'ARCHETIPO DIONISO

Come del resto si educe dalla complessità del suo mito, l’archetipo Dioniso ha forti potenzialità positive e negative, in quanto suscita i sentimenti più sublimi e più triviali, creando conflitti dentro e fuori dell’uomo che lo incarna.
Il suo è un archetipo che può essere presente nei mistici come negli assassini e in una via intermedia è l’archetipo di coloro che vivono momenti di esperienza estatica e impulsi intensamente contraddittori.
E’ un archetipo che predispone ad avere un collegamento psicologico interiore con la “Grande Madre”, collegamento che può essere anche di ordine spirituale.
Sul piano astrologico, questo è un archetipo di natura essenzialmente nettuniana e pescina. Nettuno infatti, pur essendo un pianeta maschile, è un’energia molto femminile, la cui forza non risiede nella razionalità, ma nel grande potere delle emozioni.
E’ molto difficile per noi che siamo immersi in una realtà che privilegia la razionalità comprendere la forza di Nettuno e l’immenso potere di Dioniso. Nettuno è il pianeta della spiritualità, quella dimensione in cui i confini dell'io si annullano completamente e dove si può tornare finalmente ad essere interi, ricongiunti al Tutto da cui proveniamo.
Nettuno e Dioniso insegnano, proprio come i mistici e le religioni orientali, che la nostra realtà “mercuriale” (logica e razionale) è ciò che viene definito la “grande illusione”, mentre la vera realtà ultima è la dimensione divina, la spiritualità, ciò che incontriamo quando abbiamo lasciato andare tutto ciò che ci illudevamo potesse aver valore per noi.
Erroneamente si tende ad attribuire a Nettuno la valenza di grande "illusore". In realtà non è Nettuno a creare le illusioni, semmai ci mostra quegli ambiti della nostra psiche e della nostra esperienza dove noi abbiamo la tendenza a nutrirci di illusioni.
Così Nettuno, proprio come Dioniso, ci mostra la nostra fragilità, il nostro bisogno di dipendere da qualcosa o qualcuno, e ci mostra anche la via d'uscita: la libertà dagli schemi, dai dogmi, la trascendenza, l'unione con il divino.
Dioniso inoltre condivide con il segno dei Pesci e con Nettuno il concetto di "diversità". Dioniso è il dio straniero per eccellenza, anche in terra propria; un dio che spesso viene rifiutato proprio per la sua diversità, per la sua incapacità di uniformarsi, di adattarsi alle regole. Lo stesso si può dire dell'archetipo pesci-Nettuno-dodicesima casa: c'è sempre un senso di diversità, o estraneità a tutto ciò che è "comune", che si accompagna a questo segno-pianeta-casa, opposto all'uniformità, senso del dovere e bisogno di solide regole della Vergine-Saturno-sesta casa. Come dice Liz Green, in Vergine troviamo l'artigiano, in Pesci l'artista. E il vero artista, come Dioniso, è spesso un personaggio "fuori dal comune", che paga talvolta con l'atrui rifiuto il fatto di essere sè stesso e seguire la propria indole.

Di seguito sono elencate alcune sub-personalità "nettuaniane", individuate dalla psicologa J.S. Bolen nel celebre testo "gli dei dentro l'uomo":



Il fanciullo divino

Si tratta di persone che sin da piccole sentono un’estraneità con tutto ciò che è ordinario, e il sentimento prevalente è quello di essere “diversi”, e che la vita abbia un significato sacro.
La loro difficoltà maggiore sta sempre nell’adattamento ad una vita dove si sentono un po’ come “pesci fuor d’acqua”, troppo emotivi, troppo sensibili o troppo sognatori.
Come Dioniso si aspetteranno sempre un riconoscimento speciale e se la loro singolarità non verrà riconosciuta o rispettata coveranno risentimenti.
Se tuttavia l'archetipo viene rimosso, cosa che spesso accade nelle psicologie maschili, nasceranno altre difficoltà: la sensazione di inautenticità o di perdita di contatto, insieme alla vaga sensazione di trascurare qualcosa di importante, o di condurre una vita priva di significato. La difficoltà più grande la vivono gli uomini, infatti fin dall'infanzia nei maschi vengono scoraggiati i cosiddetti tratti 'da bambina',
gli atteggiamenti da 'sognatore' (l'aspetto mistico di Dioniso), la sensualità, e l’irrazionalità.

L’eterno adolescente
Di solito chi si riconosce in Dioniso è un tipo di persona intensa ed emotiva, che si lascia prendere completamente dalla passione del momento, dimenticando impegni, incarichi o appuntamenti. Di conseguenza, non sembra potersi impegnare stabilmente né in rapporti duraturi, né tantomeno con impegni lavorativi concreti. Come il dio Dioniso, chi sviluppa questo archetipo di solito vaga da un posto all'altro, attirando le donne, sconvolgendo la loro vita e poi andando via. Attratto da qualsiasi cosa renda più intensa l'esperienza, non rimane indifferente alle sostanze allucinogene e nel migliore dei casi si lascia trasportare dalla musica.
Fintanto che questa rimane una fase adolescenziale non c’è problema, quando però diventa uno stile di vita stabile, abbiamo a che fare con l’eterno adolescente che non vuole assumersi responsabilità nella vita.

Lo sciamano: il mediatore tra due mondi
Nelle società tribali lo sciamano è una figura molto importante che media tra mondo invisibile e mondo fisico. Spesso viene identificato sin dall’infanzia come una persona diversa,
che più delle volte passa il tempo con le donne, vestendosi anche da donna, proprio come Dioniso che fu allevato come una bambina nella sua infanzia.
La psiche sciamanica è spesso androgina, ovvero maschile e femminile insieme, ed anche dioniso veniva definito come “uomo femminile”.
La visione sciamanica è quella di una realtà non ordinaria, uno stato di coscienza alterato.
Dioniso portava le donne oltre la loro vita ordinaria perché facessero festa in mezzo alla natura e scoprissero in sé un elemento estatico. Sostanzialmente, le iniziava a un'esperienza sciamanica. Era lui stesso un iniziato e un sacerdote della Grande Dea.
Oggi, nel movimento di spiritualità femminile, Dioniso è presente in donne che impersonano l'archetipo della sacerdotessa come mediatrice fra due mondi.
Agendo metaforicamente come la Morgana di Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, il sacerdote o la sacerdotessa della Dea possono arrivare ad Avalon attraversando la nebbia e condurre gli altri al regno spirituale femminile: l'isola della Dea.
Non c’è dubbio che essere un uomo dalla personalità sciamanica in una cultura dove ciò che conta è 'avere Successo nel mondo reale' significa non stare al passo.  L'adolescente mistico che ha visioni estatiche si sente respinto come chi assume sostanze allucinogene. Sembra
che entrambi,come Dioniso, corteggino la follia.

L’archetipo smembrato

Lo smembramento è un tema presente in tutti i miti di Dioniso; egli condivide questo destino con Osiride, una divinità egizia più antica.
Più tardi, Gesù Cristo ebbe il ruolo del figlio divino che patisce la morte e poi risorge.
L'archetipo Dioniso predispone l'uomo (o la donna) allo smembramento psicologico, o crocifissione, provocato dalla sua incapacità a conciliare dentro di sé opposti molto potenti.
'Essere in croce tra due tendenze opposte è un' afflizione comune tra gli uomini Dioniso che ad esempio, vorranno fondersi con l'amante e al tempo stesso lasciarla.
Lo 'smembramento' (in senso metaforico, la difficoltà a 'tenersi insieme, il sentirsi lacerato in mille pezzi) non è insolito in quest'uomo. Il tema dello smembramento è particolarmente  forte quando l'archetipo Dioniso si incontra con le religioni che mettono l'accento sul senso colpa, come quelle giudaico-cristiane, poiché misticismo e sensualità convivono in Dioniso.

...A te che sei tutto
E di tutto l’estremo contrario
Non è facile
Levare il canto
Per i molti tuoi doni
E gli insondabili abissi
Tra cui ti nascondi

In te
e solo in te
si confondono
regni lontani
quando dei
animali
e piante
e per ultimo l’uomo
si intrecciano
inestricabili
tra le onde dei tuoi capelli danzanti
al ritmo dei tuoi devoti
e dei suoni
che da sempre
abitano
il vasto universo

....Sei tu che l’ebbrezza
del comune sentire
concedi ai viventi
che in cuore ti onorano
per il dono del vino lucente
che levando lo spirito
dalle strette di affanni infiniti
mette le ali alle dolci
ingannevoli attese

 

......Tu che radici
hai profonde
nella oscura
nell’umida terra
tu parimenti
nell’alto del cielo
scagli le gemme
dei fruttiferi rami
e col canto ispirato
di poeti
che del tuo sangue
si nutrono
scandisci il duro cammino
perché si sciolga
in amabile danza

Tu della vita
ci conduci ai confini
dove la nera soglia
delle tue grandi pupille
ci invita
con riso dolente
ad inoltrarci
in oscuri sentieri
che non hanno ritorno
se la dolce promessa
del tuo eterno rinascere
non ci accompagna
più amica

 

(dall'inno di Omericchio)

   

  

Ricerca di Manuela Caregnato
Inserito nel sito www.ilcerchiodellaluna.it nel marzo 2010




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fonti:
- Gli dei dentro l'uomo - J.S. Bolen (da cui sono tratti alcuni passaggi in versione quasi integrale)
- http://volta.valdelsa.net/thiasos.htm - sito di mitologia greca dal quale sono riportati passaggi integrali ed in particolare tutto il materiale trascritto in note e approfondimenti

- Le baccanti - Euripide

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note e approfondimenti:

(1) Anche circa il concepimento di Dioniso, le tradizioni non concordano: secondo alcuni, Zeus, dopo aver raccolto ciò che rimaneva del corpicino del diletto figlio Zagreo, generato da Persefone e ucciso dai Titani, cucinò il cuore del fanciullo in un brodo che fece bere alla giovane Semele, sua amante.
Oppure, Zeus innamorato perdutamente di Semele, assunse l'aspetto di un mortale per unirsi a lei nel talamo, rendendola incinta di un bambino.

(2) Dioniso zagreo
I Cretesi consideravano Dioniso figlio di Zeus e Persefone e loro conterraneo. Di fatto gli epiteti di Dioniso a Creta erano Cretogeno, Ctonio, in quanto figlio della regina del mondo sotteraneo, e appunto Zagreo.
Secondo il mito, Zeus aveva deciso di fare di Zegreo il suo successore nel dominio del mondo, provocando così l'ira di sua moglie Era. Zeus aveva affidato Zagreo ai Cureti affinché lo allevassero. Allora Era si rivolse ai Titani, i quali attirarono il piccolo Zagreo offrendogli giochi, lo rapirono, lo fecero a pezzi e divorarono le sue carni. Le parti rimanenti del corpo di Zagreo furono raccolte da Apollo, che le seppellì sul monte Parnaso; Atena invece trovò il cuore ancora palpitante del piccolo e lo portò a Zeus.
In base alle diverse versioni: Zeus avrebbe mangiato il cuore di Zagreo, poi si sarebbe unito a Semele e questa avrebbe partorito Dioniso. Oppure, Zeus avrebbe fatto mangiare il cuore di Zagreo a Semele che avrebbe dato al dio divorato una seconda vita, generando appunto Dioniso.
Zeus punì i Titani fulminandoli, e dal fumo uscito dai loro corpi in fiamme sarebbero nati gli uomini.

(3) Thyrsos è parola non greca e di etimologia incerta: alcuni studiosi definiscono la parola "di importazione" e ne vedono la probabile derivazione dall’ittita tuwarsa, che significa "ceppo di vigna", "tralcio". All’origine doveva trattarsi di una canna lunga qualche metro, chiamata anche narthe ("nartece"), che propriamente è una parte del tirso, benché Euripide nelle Baccanti usi i due termini come sinonimi. Quando il culto dionisiaco penetrò in terra greca, il tirso fu un semplice ramo di pino; poi fu ricavato anche da piante dionisiache per eccellenza, quali la vite e l’edera, e il fedele lo decorava con le proprie mani: sulla cima innestava una pigna, intorno ad essa arrotolava rami d’edera e bende di stoffa, ed anche piccoli sistri e nacchere, atti a produrre suoni estatici di accompagnamento al cerimoniale orgiastico. Il tirso è un vero e proprio totem vegetale, che si carica della magica e vitalistica forza della vegetazione per trasmetterla a chi lo porta. Possiamo anzi affermare che il tirso ha tutte le caratteristiche e le prerogative di una bacchetta magica: è così dotato delle intrinseche e straordinarie potenze della natura, che le Baccanti hanno il potere di far sgorgare dalle rocce latte, vino e miele, col solo tocco del tirso (Baccanti, 704ss.); e non solo può produrre miracoli benefici, ma anche infondere pazzia. Il tirso è pure arma di offesa: ancora le Baccanti di Euripide se ne servono come picca di guerra per respingere gli assalti dei pastori tebani (Baccanti, 732); e nell’esodo della stessa tragedia, il tirso è usato come una picca su cui esporre la testa di Penteo. Ma l’uso più proprio e consueto di questo strumento riguarda i rituali orgiastici, dove serviva come accompagnamento alle frenetiche danze delle menadi: l’espressione tecnica thyrson tinassein, "scuotere il tirso", dice appunto il suo impiego vorticoso durante le danze.
La nebris era una pelle di animale indossata dai seguaci di Dioniso come una tunica. L’animale prediletto da cui si ricavava questo capo d’abbigliamento rituale era di solito il cerbiatto, ma anche la pantera, il capro o la capra, la lince e la volpe (bassaris). La simbologia legata alla nebride è quella di una animalità ferina e selvaggia, di una forza bestiale; una veste che infonde, dunque, il desiderio di varcare i confini del mondo civilizzato per immergersi nella selvaggia naturalità. Il verbo nebrizein ha due significati: "indossare la nebride" e "dilaniare il cerbiatto". I due sensi si integrano a vicenda, perché la nebris delle Baccanti veniva certo ricavata dalla pelle dell’animale fatto a brani durante le orge in onore del dio: lo sbranamento e il conseguente pasto di carne cruda rinviano ancora ad uno stato pre-civile, ad un mondo dominato dallo sparagmòs e dalla omophagìa, fuori dalla civiltà, della quale sua cifra profonda è anche la cottura dei cibi. La mitra è propriamente una fascia, un nastro per capelli, arrotolato sulla testa e intorno alle tempie come un turbante; in origine è un copricapo femminile, ma nel culto dionisiaco era indossato da uomini e donne, il che ribadisce quel superamento e annientamento delle barriere sessuali che caratterizza il culto dionisiaco: un segno di consacrazione che indica tutti i ministri delle orge.

(4) le menadi e il menadismo “Dioniso e i thiasoi femminili”
L’antica società greca fu maschilista e patriarcale. La netta discriminazione tra uomo e donna ha riflessi in campo religioso: le divinità con caratteristiche e occupazioni maschili (ad es. Apollo, Efesto, ecc.) attiravano fedeli di sesso maschile; le donne (a parte i misteri eleusini) erano ammesse a partecipare solo ai riti locali in onore di divinità femminili (Demetra e Kore, Atena, Artemide, Hera, ecc.). Le divinità olimpiche erano rappresentate esclusivamente come maschio o femmina. Diverso, però, il caso di Dioniso (in origine non appartenente al pàntheon), il quale, incarnando le caratteristiche di entrambi i sessi, si propone come dio ambiguo. Questa duplicità di ordine sessuale funziona a livello di sfera d’influenza del dio: bere il vino in onore di Dioniso era soprattutto privilegio degli uomini (si pensi al contesto, tutto maschile, dell’eteria simposiale); il menadismo rituale, invece, era pratica pressoché esclusiva delle donne. La differenza passava in secondo piano solo in occasione di festività pubbliche in onore delle epifanie annuali del dio (ad esempio durante le Anthesterie), dove si richiedeva la partecipazione di tutta la cittadinanza. Quanto poi al topos delle donne ubriacone e avvinazzate, bene attestato dalla letteratura, esso rientra nella mentalità misogina e maschilista greca.
Quando si parla di ‘Dioniso e le donne’, bisogna dunque riferirsi soprattutto alle Menadi e al menadismo, cioè a quelle donne che praticavano rituali in preda ad un’estatica follia (‘menade’ è termine riconducibile alla radice man-, comune al verbo maìnomai, che significa "sono folle, pazzo"). Le Menadi mitiche possono considerarsi le madri spirituali di Dioniso bambino. Dioniso fu nutrito e allevato da Ninfe, gruppi sororali, che poi seguirono il dio fatto adulto. Una donna in particolare si distingue per le sue cure materne: Ino, dietro la quale può celarsi la figura della madre Semele, morta nel parto. Ino aveva altre due sorelle, Eunoe e Agave, madre di Penteo, da lei sbranato durante i riti orgiastici sul Citerone. Esse formavano un gruppo di tre donne, le tre Menadi originarie, archetipi dei thiasoi dionisiaci.
Alla base di ogni racconto c’è sempre un rifiuto del culto di Dioniso. Le Menadi sono intente ai loro telai: è proprio questo strumento, che definisce in Grecia il ruolo tipicamente femminile, ad essere attaccato dal dio, il quale vi avvolge intorno edera e serpi distruggendolo. Allora le donne sono strappate ai loro compiti familiari e abbandonano la casa del padre. Secondo una versione del mito fu Hera a togliere alle figlie di Minia il senno, come punizione per non aver tributato onori alla dea; si erano addirittura beffate del simulacro ligneo di Hera. La rivolta contro Hera in un accesso di follia dionisiaca va letta come rifiuto dello stato matrimoniale: la trasgressione della doppia attività, cioè della tessitura e del matrimonio, implica una radicale contestazione di quei ruoli che definiscono la donna greca all’interno della città: è significativo che le Menadi fuggano e che celebrino le loro orge rituali immerse negli spazi naturali. Dioniso, nel prologo, dice di aver colpito col suo delirio le donne di Tebe, di averle spinte fuori dalle case e trascinate sul Citerone per celebrare i suoi riti.Altri gruppi sono attestati dalla tradizione: in Elide c’erano le Sedici ‘donne sacre’ a Dioniso, poi le Thyàdes delfiche e attiche. Sono tutte congregazioni che riflettono antiche strutture di clan, all’interno dei quali si celebravano cerimonie di iniziazione femminile ai thìasoi. Nelle Baccanti (v. 694) si distinguono infatti tre categorie femminili, vecchie, giovani, vergini (donne non maritate), che forse rispecchiano la suddivisione delle Baccanti nei thìasoi. Di solito la distinzione per classe di età era un elemento applicato in tutti i rituali, non solo quelli dionisiaci, e le donne maritate celebravano il rituale in modo diverso. Le Menadi, dunque, rappresentano le immagini della femminilità primigenia del mondo, ed esse sono madri e nutrici; il loro senso materno si esplica, però, ad uno stato di ferina naturalità, tanto che si manifesta addirittura nell’allattamento di cuccioli animali, accostati dalle seguaci di Dioniso al loro seno per nutrirli: è questo un aspetto dell’orgia dionisiaca, che riflette il rituale menadico originario, mitico, così come l’omofagìa e lo sparagmòs, realmente praticati in un remoto e perduto passato.
Ai confini del mondo civile, è infranta ogni norma e barriera sociale, ogni regola di vita politica: la donna si ribella ai doveri imposti dalla famiglia patriarcale e fonda una comunità contrapposta a quella maschile, adottando i simboli del gruppo dominante: celebrazione di sacrifici, trasformazione in guerriere, attività di caccia.
I ruoli s’invertono, ricreando un mondo egualitario: Dioniso è un dio demotikòs, cioè un dio del popolo tutto, senza differenze di sesso o di classe, e come tale promette ‘libertà’. È diverso da Apollo, dio dell’aristocrazia dei ghène e appartenente allo spazio controllato e armonizzato dalla civiltà e della cultura: Dioniso promette di sciogliere i legami della solidarietà familiare e induce a ‘comportarsi da pazzi’.
L’atmosfera apparente è quella di una festa, ma il bere in comune è soprattutto un atto sacrale, il momento supremo nel quale s’inscrivono altri atti rituali del simposio: libagione votiva, incoronamento con ghirlande di edera e di mirto, inni al dio accompagnati dall’aulòs, dalla cetra e dalla lira. Il tutto avviene secondo un cerimoniale regolato da norme ‘liturgiche’, un rito dove la presenza del dio è assicurata dal liquore che egli stesso ha rivelato all’uomo greco: qui, nel simposio, il vino diventa dio, ed è chiamato Bacco, Bromio, Dioniso.
Poi dal chiuso del simposio i partecipanti, in preda all’ebbrezza, usciranno fuori, a cielo aperto, per celebrare col kòmos la divinità. Il kòmos era un corteo festoso e disordinato, in cui i simposiasti mascherati sfilavano, come in processione; pur rimanendo nell’ambito privato dato che coinvolgeva i simposiasti, il corteo aveva un valore rituale e per il chiassoso disordine e la gioia manifestata con canti in onore del dio, si avvicinava alle manifestazioni proprie degli sfrenati thìasoi dionisiaci.

(5) La maschera e il doppio
Sul famoso vaso François di Firenze è raffigurata una processione di divinità. Le loro figure sono tutte di profilo, escluso una: quella di Dioniso. La sua non è una fuggevole sagoma, ma un volto frontale che pianta il suo sguardo nero nelle pupille dell’osservatore, un volto bloccato in un’espressione innaturale e ambigua, statica ma allo stesso tempo in tensione. Quello del vaso François non è un caso isolato: si è appurato ormai che solo al volto di Dioniso o alle sue maschere è riservato, nell’iconografia vascolare greca, il privilegio della frontalità. Dioniso, dunque, non è un dio ‘obliquo’, come Apollo: il suo messaggio è diretto al fedele in modo esplicito, senza compromessi o ambiguità oracolari, e il fedele lo deve accogliere come un’esperienza totalizzante, che investe tutta la sfera dell’essere.
Ma qual è il messaggio che il dio, tramite la maschera, trasmette all’uomo?
Su questo argomento la materia rimane ancora confusa e sono state avanzate molte ipotesi, che tuttavia concordano su un fatto: le maschere di Dioniso erano venerate come "epifanie" del dio stesso, e non come semplici suoi simboli. L’uomo che indossava una simile maschera, in un certo senso, indossava il dio, e non solo in apparenza, assumendo le sue fantastiche sembianze del volto, ma anche nella sostanza, immedesimando il proprio spirito con quello di Dioniso. L’adepto che compiva questo camuffamento diventava, per così dire, un essere ‘altro’ da se stesso. In effetti Dioniso è il "dio-altro", il "dio-estraneo", il "dio-straniero": non fa parte del consesso olimpico, perché forse è venuto da lontano, dal di fuori. Pausania racconta la storia di un oggetto ‘estraneo’, una enigmatica maschera di legno trovata da alcuni pescatori di Lesbo in fondo al mare, che subito fu considerata epifania di Dioniso. Questa immagine che emerge dal mare, anch’esso uno spazio ‘altro’, è un enigma da decifrare, perché in questo volto c’è appunto qualcosa di xènos (Baccanti, 453), cioè di "strano" e di "straniero", secondo il doppio, ambiguo, significato della parola greca: "straniero", infatti, non designa il non-greco, ossia il "barbaro", ma il cittadino di una comunità vicina. Penteo, nelle Baccanti di Euripide, si rivolge a Dioniso come xènos. Chi indossava la maschera, dunque, diventava "altro".
Ma come mai l’ "alterità" sembra essere l’unico fine a cui i fedeli tendevano durante i culti misterici?
Perché "altro", in campo dionisiaco, era sinonimo di "tutto". Essere "altro" dall’individuo significava divenire uguale alla "totalità": totalità che in questo caso è coincidentia oppositorum, unione dei contrari. La maschera stessa, di per sé, contiene una polarità di significati opposti: è "presenza", perché considerata epifania di Dioniso, ma allo stesso tempo è "assenza", perché ha le orbite vuote, e aspetta di essere indossata da qualcuno. E questo qualcuno diventa Dioniso, pur rimanendo se stesso, e, anche se UNO, rispecchia in sé i MOLTI.
C’è un mito orfico in cui Dioniso ci appare bambino che, con la faccia tutta impiastricciata di gesso (una sorta di maschera bianca), si guarda allo specchio e non riconosce più la sua stessa figura, considerandosi "altro" da sé. Che cosa significa questo mito?
Esso ci dice che il dio bambino, guardando la sua faccia bianca in uno specchio, non vede più se stesso, ma il Tutto. Ed ecco perché nel celebre affresco della Villa dei Misteri a Pompei è raffigurato un adepto che guarda in una coppa di vino, nella quale è riflessa l’enigmatica espressione di una maschera dionisiaca: in quella coppa c’è il Tutto.
Il dionisismo, dunque, è la ricerca di una divina armonia con l’universo, il tentativo di abolire le differenze fra animale e uomo e fra uomo e dio. Tappa forzata, però, e straziante, è l’annullamento dei contrari: la maschera costituisce l’arché e il tèlos, il "principio" e il "fine", di questo cammino di misteriosa trasformazione; e lo sguardo inquietante delle sue orbite vuote apre l’adepto a prospettive oscure e luminose, comunque sovrumane.

(7) Bestiario dionisiaco
Il capro è l’animale ‘tragico’ per eccellenza: esiste, come noto, un legame sicuro, anche se controverso, fra la tragedia e il capro, da cui essa prende il nome. Il termine (tragoidia) è infatti formato da (tragos) +(oide) = "capro + canto".
La tragoidia era il canto religioso con cui, nelle feste di Dioniso, si accompagnava il sacrificio di un capro, la vittima preferita dal dio. Forse fu la sua ben nota lascivia e sfrenatezza sessuale a fare del capro uno dei membri del corteggio dionisiaco; ma importante poteva essere anche il fatto che i capri mangiassero con avidità i tralci della vite. Il collegamento tra il Dioniso e l’animale risulta evidente anche dalle denominazioni cultuali del dio: come "giovane capro" Dioniso era invocato a Metaponto. Anche nel mito spesso il dio si manifesta in forma di capro: si narrava che Zeus, per difendere il fanciullo dalle insidie di Era, lo trasformò in un capretto; e nella fuga davanti al tremendo Tifone, Dioniso fuggì in Egitto, dopo aver assunto forma caprina.
Il toro fra i popoli antichi fu considerato come il simbolo della fecondità e della forza generatrice; proprio per questo Dioniso ne assumeva di preferenza l’aspetto quando si presentava ai suoi fedeli. Tuttavia, non soltanto la vitalistica pienezza generatrice fece del toro una delle manifestazioni del dio, ma anche la sua furia selvaggia che lo rende un animale pericoloso. Anche il toro, dunque, come tutte le autentiche manifestazioni dionisiache, ha la duplicità di natura di chi dona e anche distrugge la vita in preda al furore bacchico. Fu appunto il toro furioso che i fedeli avevano in mente, quando invocavano Dioniso. Nelle Baccanti il coro invoca il dio perché appaia in forma di toro, e così si manifesta a Penteo per condurlo alla sua orrenda fine. L’epifania, in questa scena della tragedia, era forse indicata dalla maschera indossata dall’attore con le corna che spuntano dal capo (v. 921)
Dioniso è il "toro munito di corna". Penteo è in preda all’allucinazione, "paragonabile - secondo Dodds - alle visioni dei satanisti medievali che vedevano il loro maestro con corna caprine". Le Mimallones, cioè le Baccanti macedoni, "portavano corna sul capo ad imitazione di Dioniso" (Scholia a Licofrone 1237). Agli occhi allucinati dello stesso Penteo il dio era già apparso nel suo aspetto taurino; il re lo aveva condotto alla greppia per imprigionarlo, ma qui aveva trovato un toro (Baccanti, 618). L’episodio è forse la reminiscenza di un tradizionale rituale dionisiaco: l’inseguimento e la cattura del toro sacrificale divino (Pindaro, Ol. 13.18).
La pantera compare con frequenza nei miti dionisiaci e la pelle di pantera fa parte dell’abbigliamento del dio e dei suoi seguaci. In Beozia il dio fece impazzire di terrore le Miniadi con le sue metamorfosi in toro, leone e, infine, in pantera. Il carro nuziale su cui salì dopo le nozze con Arianna era trainato da sei pantere. A motivo della sua bellezza e della sua taglia, la pantera era stata consacrata a Dioniso. Per qualche tempo la fiera aveva accettato le carezze del padrone; poi, eccitata dalla primavera, era partita per le montagne. Fu catturata nella Panfilia, dove gli aromi l’avevano attratta. Si stabilisce anche un forte legame tra la pantera e il vino, liquore dionisiaco per eccellenza: secondo gli antichi, infatti, le pantere, sempre assetate per natura, potevano essere catturate proprio grazie al vino; bastava spargerne qualche recipiente in prossimità di un punto di abbeveramento e le fiere, stimolate dall’aroma, si avvicinano, bevevano finché ce n’era e, approfittando della loro ubriachezza, erano prese facilmente.
La figura del leone è presente nel mondo greco a partire dall’arte minoica; qui la Grande Madre delle Fiere, la Pòtnia Theròn, viene raffigurata sulla cima di un monte scortata da due leoni. Su una gemma minoica appare invece un personaggio identificato come "Signore degli animali selvatici". La relazione esistente fra lui e i due leoni che lo fiancheggiano è chiaramente espressa dal suo gesto: egli impone le sue mani sollevate sopra gli animali rampanti, li addomestica, li attrae in suo potere e li fa suoi prigionieri.
Il serpente è un altro animale che riveste un ruolo fondamentale nel culto di Dioniso. Già nell’arte minoica troviamo la figura del serpente: reperti archeologici del Palazzo di Cnosso rappresentano la figura femminile della Potnia a seno scoperto, con le mani protese o allargate, nell’atto di maneggiare serpenti. In un passo delle Dionisiache di Nonno di Panopoli si legge che fu il serpente a indurre Dioniso a gustare l’uva. Il serpente è bestia ambigua, doppia: sanguinaria e divina; è animale ctonio collegato colla sfera della morte; le serpi nascono dal midollo osseo dei morti, secondo Eliano. Si ripropone il binomio vita-morte che è segno di ambiguità, della doppia natura di Dioniso. Nei riti dionisiaci le Baccanti mettono a rischio la propria vita, giocando con la morte, tramite la manipolazione dei serpenti (Baccanti, 698). In epoca più tarda il culto di Dioniso pretendeva che le Menadi adoperassero serpenti non velenosi, quale barbaro ornamento della loro acconciatura di Baccanti. Anche l’asino appartiene al contesto dionisiaco, ma con importanza forse minore rispetto agli altri animali: nessuno degli epiteti del dio lo menziona, né il dio prese mai la sua forma. Il legame Dioniso-asino è tuttavia testimoniato da diversi reperti figurativi della ceramica vascolare, che fanno di questo animale la cavalcatura del dio. D’altra parte, anche l’idea della forza fallica dell’asino permetteva un facile rapporto con Dioniso, divinità legata alla fecondità e alla potenza generatrice della natura. L’asino poi, come il capro, è divoratore di piante predilette da Dioniso, vite e anche fico. Come sempre, tuttavia, nel ciclo della rinascita e nel segno dell’ambiguità dionisiaca, la vita coincide con la morte e, non a caso, l’asino farà parte integrante anche del simbolismo funerario degli antichi.

(8) La vite, l’edera e altri attributi vegetali
Il mondo dionisiaco si riconosce soprattutto dal suo spirito di frenesia che si manifesta in particolare nel vino. È nella vite in particolare che cresce il delirio dionisiaco e si comunica a tutti coloro che ne gustano il succo prodigioso: perciò la vite è il simbolo più rappresentativo del dio. Eppure Dioniso non è solo nella vite.
Accanto alla vite la pianta prediletta da Dioniso è l’edera. Come Apollo si adorna di lauro, così Dioniso si adorna di edera ed è perciò chiamato kissokòmes; nel demo di Acarne era invocato come kissòs. Rami di edera erano avvolti anche attorno al tirso; risulta perfino da testimonianze che i suoi devoti si facevano tatuare sul corpo foglie d’edera. Narra il mito che l’edera fosse comparsa subito dopo la nascita di Dioniso, per riparare l’infante dalle fiamme che bruciavano il corpo di sua madre Semele: l’edera avrebbe avvolto tutto intorno la reggia di Cadmo attenuando le scosse del terremoto che accompagnò lo scoccare della folgore. Dall’edera prendeva nome anche una fonte presso Tebe, detta appunto Kissoùsa, dove le Ninfe avrebbero celebrato la rituale abluzione del neonato dio, allevato poi sul monte Elikòn, il cui nome deriva da èlix, che significa propriamente "spirale", ma è anche altro nome della pianta.
Edera e vite manifestano la loro stretta parentela, ma al tempo stesso entrano in un rapporto contrastivo denso di significati: la vite, nella stagione fredda, giace come morta, finché, col rinnovarsi del calore solare, prorompe a nuova vita col suo verde sgargiante e coi suoi frutti ardenti; l’edera fiorisce in autunno, quando nelle vigne si celebra la vendemmia, e reca i suoi frutti a primavera; tra la sua fioritura e fruttificazione intercorre l’epoca dell’epifania invernale di Dioniso; e così, in qualche modo, l’edera rende omaggio al dio delle inebrianti feste dell’inverno in qualità di ornamento stagionale. La vite, invece, ha il massimo bisogno di calore solare e di radiosa luce.
L’edera era dagli antichi paragonata al serpente per la loro natura strisciante: i movimenti con cui la pianta striscia al suolo o si attorce agli alberi fanno pensare alle serpi avvolte intorno alle chiome e maneggiate dalle Baccanti. Ma si riteneva che edera e serpenti appartenessero al dio soprattutto per la natura fredda e ctonia attribuita loro: la natura dell’edera, infatti, veniva opposta a quella del fuoco, con cui invece sembrava imparentato il vino. Per questo alla freschezza dell’edera si attribuiva anche la virtù di fugare l’ardore dello stesso vino e si credeva che Dioniso avesse comandato ai suoi fedeli d’incoronarsene durante i simposi. L’affinità e il contrasto tra vite e edera è radicata nell’essenza stessa del dio dalla duplice figura, la cui natura si esprime dalla terra per mezzo di esse: luce e oscurità, calore e freddezza, ebbrezza di vita e soffio di morte.
Il pino (o l’abete), come l’edera, verdeggia anche d’inverno e figura nel mito e nel culto come uno degli alberi sacri a Dioniso. Nelle selvagge e sfrenate feste notturne il suo legno fiammeggia nelle fiaccole e la sua pigna incorona il tirso. Nelle Baccanti (v. 1061), Penteo, per assistere ai rituali delle Menadi, sale su un pino. Non si può escludere che il pino fosse elemento rituale dello sparagmòs: durante il cruento rito la vittima sacrificale poteva essere legata al pino prima dello sbranamento. Il pino, inoltre, è collegato anche alla vite: nasce anch’esso nei terreni caldi, dove meglio prospera anche la vite, e la sua resina serve alla conservazione e a temperare il gusto del vino.
Altra pianta sacra a Dioniso era il fico, simbolo della vita sessuale: sul suo legno si intagliavano i "falli".
Infine, il mirto, dove sembra che torni a manifestarsi l’altro aspetto ctonio della divinità: per desiderio dei signori dell’Ade, Dioniso avrebbe lasciato nell’oltretomba il mirto in sostituzione della madre Semele, che egli sottrasse al regno dei morti; così veniva motivata la credenza che il mirto appartenesse al dio e alle ombre degli inferi.

(9) Strumenti musicali e danza estatica
Nella iconografia vascolare e statuaria il dio compare accompagnato da strumenti a fiato e a percussione, tipici del suo corteggio: flauti, nacchere, timpani.
Il flauto era considerato lo strumento atto a scatenare stati d’eccitazione psicologica. Il timpano, strumento per eccellenza dei riti orgiastici, era una sorta di piccolo tamburo, costituito da un cerchio di legno, sul quale era distesa una pelle di toro, uno degli animali simbolo del dio: si può dire che contiene lo spirito vivente del dio e che la sua costruzione è sottoposta ad una serie di norme rituali. La leggenda narra che il timpano fu inventato dai Coribanti e fu, poi, usato da Dioniso. I timpani erano suonati dalle Baccanti che li innalzavano sopra il capo, come si vede talvolta nelle rappresentazioni vascolari. Essi, tuttavia, erano sentiti come estranei alla tradizione musicale greca, perché provenivano dalle regioni asiatiche.
Data la diffusione di timpani e di tamburi nei culti estatici, si è pensato ad un effetto neuro-fisiologico del tam-tam sull’udito umano: una sorta di droga sonora capace di indurre la trance automaticamente. I rapporti tra suono del flauto e follia furono oggetto di studio anche nel campo della medicina. Secondo Platone, le melodie del flauto "sono capaci da sole, per la loro potenza divina, di trasportare le anime al delirio" (Simposio, 215c); secondo Aristotele il flauto possiede il potere di generare "entusiasmo" (Politica, 1342b).
Il flauto e il timpano non erano però gli unici strumenti adatti a scatenare deliri estatici: Dioniso si presenta anche con strumenti a corda, come barbito, cetra, e lira; a Creta lira e flauto erano ugualmente impiegati per la danza estatica dei Cureti. Studi recenti hanno permesso di capire la funzione della musica nei rituali caratterizzati da fenomeni di trance e di passione, come quelli dionisiaci. In questo senso sono state fatte notare le affinità della guarigione catartica con l’estasi e con fenomeni di risanamento dall’isterismo. Si sono mostrati, poi, i punti di contatto tra le espressioni rituali del culto dionisiaco del mondo greco ed affini manifestazioni di culto di alcuni paesi islamici dell’Africa. Si è, infine, messa in relazione la trance anche all’uso di altri strumenti a corde, come la lira.
L’iconografia vascolare dà ampio spazio all’uso di strumenti a corde nel rituale dionisaco e la lira è ritratta tra le mani del dio stesso o in quelle di Satiri e Sileni che fanno parte del suo corteggio. È soprattutto tra il V e il IV secolo lira ed arpa si uniscono, come strumento dionisiaco, al barbito, già abituale nelle feste e nei simposi, e da questo momento, nei thiasoi, le Menadi e i Satiri alternano il pizzicato dell’arpa e l’accompagnamento della lira alla frenesia ritmica dei cembali e dei timpani.
Alla luce di queste brevi considerazioni, si può concludere che quando Dioniso appare come dio ‘lontano dalla polis’, il dio ‘Straniero’, scatenante angoscia e follia nella trance collettiva, è prevalentemente ritratto tra flauti, cembali e timpani; mentre quando si manifesta come dio ‘integrato nella polis’, inserito cioè nello scenario cittadino, come protettore delle istituzioni sociali e familiari, destinatario di gare e performances festive, è accolto, soprattutto dalla fine del V secolo in poi, con lira e vari tipi di arpa.


Immagini di Dioniso tratte dalla rete.
Tra queste "Il bacco" di Poussin - "il Bacco" di Caravaggio - "the youth fo Baccus" di Bourgereau - "il trionfo di Bacco e Arianna" e altre opere d'arte.


 



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