MEDUSA
Testo di
Barbara Coffani*

La Medusa del Caravaggio
A
Cecilia.
Una breve, scandalosa vicenda
Medusa non fu sempre un’orribile megera. Lo divenne per merito di
Atena, per scontare una “colpa” che a ben guardare non era
neppure tale. Un tempo, la “sovrana” e la “più
illustre” delle tre sorelle gorgoni, secondo alcune fonti nipote
di Gaia e figlia delle divinità oceaniche Ceto e Forco (o Forcide),
era bellissima. Particolarmente belli erano i suoi capelli, addirittura
più di quelli di Atena.
Un giorno di Primavera, quando tutta la natura si risveglia alla passione
e al desiderio di accoppiarsi, il dio azzurro Poseidone signore del mare,
affascinato dalla sua avvenenza la attira a sé e la prende all’interno
di un tempio dedicato alla figlia di Zeus. Atena, forse già piccata
dalle insinuazioni sui capelli, si offende per l’oltraggio: è
lo scontro di due forze agli antipodi, la passione tumultuosa ed irrefrenabile
fra due creature di origine acquatica, sensuali ed istintive, contro la
castità fredda e cerebrale di Atena, che esige una vendetta feroce
ma fredda e precisa. Tramuta dunque la mortale Medusa in una megera dai
denti lunghissimi ed affilati come quelli di un cinghiale, rendendo immonda
la sua bocca. Gli splendidi capelli si trasformano in un groviglio di
serpenti ripugnanti, dalle mani spuntano artigli di bronzo, e gli occhi
diventano strumento di morte: chiunque guardi in volto Medusa, verrà
trasformato in pietra. La vendetta di Atena è fulminea e categorica,
e trasmette i suoi caratteri a Medusa, che a sua volta colpirà
le proprie vittime con la stessa fulmineità e categoricità.
Ma non basta ancora, Atena vuole andare avanti: ed ecco che si propone
di aiutare Perseo ad ucciderla, per andarsene alfine sazia in giro per
il mondo a fare la guerra, secondo alcune fonti con lo scudo ornato della
testa della nemica, secondo altre con la pelle intera di Medusa, con cui
si era costruita l’egida.
Io sono ciò che tu non sei, tu sei ciò che io sono
La Medusa dl Bernini ai Musei Capitolini
Ciò che mi colpisce è il carattere della vendetta di Atena,
che oserei definire “seminale”: perché trasmette a
chi la riceve la stessa proprietà che la costituisce, quasi una
pietra filosofale al negativo, contagiosa, viva, germinante: Atena non
si accontenta di fare del male a Medusa rendendola orribile, ma la condanna
a far del male a sua volta, a generare a sua volta dolore e morte.
Il comportamento di Atena è agli antipodi rispetto a quello di
Medusa: Atena agisce, si muove, propone, fa: scaglia la maledizione, si
ferma strategicamente come un cacciatore ma solo per aspettare l’occasione
giusta, che giunge sotto le spoglie di Perseo, e di nuovo ricomincia proponendosi
di aiutare il giovane ad uccidere il mostro, insegnandogli, suggerendogli
come agire, fornendogli “il talismano”.
Medusa, al contrario, non agisce mai. Non è lei a scegliere il
luogo dell’incontro amoroso con Poseidone, ma “è attirata”
dal dio, “subisce” un’azione. “Subisce”
una trasformazione che la rende un mostro, ciò che prima non era;
perfino nel momento della morte è “passiva”, perché
“subisce” una decapitazione mentre giace profondamente addormentata.
E’ facile ucciderla, liberarsi di lei: basta evitarne lo sguardo.
Non c’è un racconto dove ella “agisca”; perfino
nel far vittime Medusa non fa nulla, perché non va in cerca di
vittime. Lei non ha sete di sangue, voglia di carne umana, desiderio di
uccidere. Se ne sta tranquilla in fondo a qualche oceano buio o a qualche
antro scuro e spaventoso. Sono gli “altri” che incappano nei
guai, se la guardano. Sono gli “altri” che si pietrificano,
se fissano quel volto un tempo tanto bello. La salvezza o la morte non
è nelle mani di Medusa, ma nelle mani di chi decide se guardarla
o meno.
Quanto a Perseo, l’”eroe” che libera il mondo dalla
nefanda strega, in questo gioco di specchi fra dee sembra piuttosto il
burattino nelle mani di Atena.
Perseo era figlio di Danae, resa feconda con l’inganno da Zeus disceso
su di lei sotto forma di pioggia d’oro, e nipote del re Acrisio..
A causa di una profezia per cui sarebbe stato ucciso dal nipote, Acrisio
mise Danae e Perseo in una cassa di legno e poi in mare. L’arca,
spinta nelle onde fino all’isola di Serifo, fu ripescata dal fratello
del re dell’isola, Polidette, che accolse i naufraghi alla propria
corte. Dopo parecchi anni, Polidette volle sposare Danae ma Perseo era
contrario. Di fronte alla resistenza di Perseo Polidette finse di voler
sposare un’altra donna, e chiese ai suoi amici, compreso Perseo,
di contribuire al suo dono nuziale con un cavallo a testa. Poiché
non aveva nulla, Perseo disse che avrebbe procurato qualunque dono il
re avesse chiesto, fosse anche la testa della gorgone Medusa. Ecco il
giuramento. Per poterlo portare a compimento e preservare così
la castità della madre, il giovane ha però bisogno di un
grande aiuto divino e di una serie di talismani, ed è a questo
punto che interviene la non ancora sazia Atena.
Personalmente ho sempre sentito Atena come una dea piatta, senza spessore,
senza profondità, ed è infatti con uno stratagemma legato
all’ “apparenza” che aiuta Perseo a uccidere la gorgone:
con un lucidissimo scudo, in pratica con uno specchio. Atena consiglia
a Perseo di non guardare mai direttamente in faccia Medusa, ma la sua
immagine RIFLESSA nello scudo. E’ come se gli avesse detto: Non
guardare ciò che vedi, ma il suo riflesso. Per traslato, non guardare
l’interezza delle cose, non considerarle - e non considerarti -
nella totalità, perché potresti morire per quello che vedi,
specie per quello che vedi dentro di te, e finchè non ti addentri
oltre al tuo riflesso ti proteggerai da te stesso.
Atena è all’apparenza quanto di più lontano ci sia
da Medusa: è ordinata quanto Medusa è scomposta, impeccabile
quanto Medusa è selvaggia, serena ed apollinea quanto Medusa è
dionisiaca. Come poteva non odiare qualcuno così diverso, così
lontano da lei? Eppure un paio di elementi accomunano le due Signore,
elementi dal valore simbolico molto pregnante.
In primo luogo la “testa”. Si dice che all’origine dell’inimicizia
ci fosse un paragone fra i capelli delle due. I capelli oltre che una
decorativa parte del corpo, sono simbolo di forza vitale, sensualità
e sessualità. Pensiamo all’episodio di Sansone e Dalila,
dove il famoso superman biblico perde la forza quando la bella Dalila
gli taglia i capelli. Pensiamo al significato seduttivo dei capelli nel
linguaggio del corpo, all’invito al gioco d’amore che esprime
una donna che si accarezza o gioca con le ciocche. Pensiamo al legame
con la situazione ormonale, con lo stato di buona o cattiva salute, o
alle splendide chiome di molte donne gravide.
La testa è l’origine di Atena, che non fu partorita da una
femmina ma nacque da Zeus, e neppure dalle di lui parti tradizionalmente
deputate a certe cose bensì dalla sua “testa”. E’
altrettanto importante in Medusa: nell’intera sua vicenda non si
parla d’altro, e credo non ci siano rappresentazioni iconografiche
al di fuori della testa tagliata o degli occhi vuoti. Le due dee sono
l’una l’opposto dell’altra, come Giano bifronte, - e
come Giano non si guardano in faccia, non possono farlo - perché
l’una rappresenta la parte oscura dell’altra, perché
Medusa è tutto ciò che manca ad Atena, e viceversa. Forse,
ancor più profondamente, Medusa è non tanto ciò che
manca ad Atena, ma ciò che Atena non può guardare, non vuole
avere dentro. Non a caso la vicenda nasce dal rifiuto di Atena di avere
“dentro” al suo tempio Medusa e ciò che Medusa suscita
in un rappresentante del sesso maschile, fosse anche il dio del mare.
Ma Medusa è una dea che ha il potere di “trasformare”,
e in qualche modo riesce a trasformare pure Atena. Ho accennato alle due
versioni del dopo-decapitazione: la prima, della testa mozza, è
già di per sé significativa. Appropriarsi di una parte del
corpo del nemico era consuetudine presso le popolazioni antiche: si conservava
la testa del nemico, o ci si cibava del suo cuore o del suo fegato per
onorarlo ed assumerne le doti. Più forte è la seconda versione,
dove Atena scuoia Medusa e fa della pelle la sua egida. Perché
mai la bella e fredda figlia non partorita di Zeus dovrebbe volere sul
suo scudo o addosso a sé una tale nefandezza, che nulla ha da spartire
con ciò che lei ha sempre mostrato di essere? Perché il
contatto con Medusa ha trasformato Atena.
Lo scudo è uno strumento di guerra con funzione “protettiva”,
nasce come barriera per difendere, non per attaccare. Ma la testa della
gorgone lo trasforma in un’arma offensiva e ne rafforza l’originale
funzione profilattica, perchè qualunque avversario fuggirebbe a
gambe levate piuttosto di mettersi a “discutere” con Medusa,
seppure con la sua testa mozza. Quanto all’egida, il simbolismo
è pure più pregnante: è come se Atena si volesse
ricoprire della pelle di Medusa, come se fosse entrata nella sua pelle.
Portandola su di sé, Atena si lascia possedere da Medusa, e consapevole
di essere “anche un po’ Medusa”, la mostra. Potrebbe
dire al mondo, ”Ecco, voi non lo sapevate ancora, ma io sono anche
questa”. Facendola uccidere, Atena non l’ha eliminata né
soppressa, ma si è impadronita della sua potenza e della sua forza
di dea oscura. Potere che, una volta conosciuto, diventa della stessa
Atena. Ecco perché la testa di Medusa conserva il suo potere e
rimane attiva, nonostante sia morta. Così, Atena rende onore a
Medusa perché ormai Medusa fa parte di lei. Conoscendo la nostra
parte oscura, vivendola, essendone consapevoli ed essendole presenti in
ogni momento, essa diventa parte di noi e perde ogni connotazione pericolosa.
La potenza oscura allo stato originario – Medusa - ti fa agire per
impulso senza considerarne gli esiti; ma se riesci a vincerla nel senso
di farla tua, se ne diventi consapevole, dopo averla vissuta arriverai
alla saggezza. Non alla saggezza di Atena: ad un gradino superiore, alla
saggezza dell’Atena che ha incontrato Medusa.
L’altro legame fra le due signore è il serpente. E chi può
esimersi dal pensare al serpente biblico ed alle sue connotazioni? La
tentazione della conoscenza, il peccato di superbia, il voler superare
sé stessi diventando più di quel che si è, osando
chiedere di sapere di più…E il sesso, naturalmente, perché
il serpente è un antico simbolo di fecondità collegato alla
luna e che viene con la pioggia, ingravida le spose portando loro la conoscenza
di almeno due misteri femminili – quello dell’accoppiamento
e quello della gravidanza – e perché è un simbolo
fallico. Il serpente è legato alla donna ed ai suoi misteri e quindi
alla conoscenza perché cambia pelle, muta, così come la
donna muta ogni mese mestruando e cambia la propria pelle con lo sfaldamento
dell’utero.
Medusa ha serpenti al posto dei capelli, ma anche Atena ha un serpente
fra i suoi attributi. Tra i molti significati del serpente ce n’è
uno particolarmente interessante alla luce del confronto fra le due, ed
è la sua valenza salvifica come spirito dell’arte di guarire
e padre della medicina. A tutt’oggi il serpente è il logo
di medici e farmacisti, ma nello specifico della vicenda di Medusa, la
“guarigione” portata dal serpente potrebbe nascere dalla “trasformazione”
di sé.
Il guardiano della soglia
Volto di Medusa sulla soglia del tempio di Apollo a Didyme
Assieme allo scudo ed al falcetto taglientissimo donatogli da Ermete per
decapitare Medusa, Perseo aveva bisogno di altri talismani: un paio di
sandali alati – come quelli di Mercurio – per fuggire dalle
altre due gorgoni una volta compiuto il misfatto - una sacca magica per
riporvi la testa recisa, e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili.
Tutti oggetti conservati dalle ninfe stigie.
Mi soffermo un momento per sottolineare il legame fra Medusa e la dea
Stige. Le ninfe stigie sono praticamente
invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio
ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non
viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non
viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane
in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo
di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune. Perseo riesce
a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di
vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato
loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene
ciò di cui ha bisogno e uccide vittoriosamente Medusa, come da
accordi con Atena. Medusa è legata a Stige perché la dea
del silenzio protegge i segreti tacendo, mentre Medusa allontana i curiosi,
distogliendoli dal curiosare prima ancora che inizino, in modo che un
segreto rimanga tale. C’è un richiamo anche fisico fra le
due perché i serpenti in luogo di capelli rimandano alle vipere
della colonna di Stige. Inoltre il legame con il volto di Giano bifronte.
Questi dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno.
La dea romana del silenzio, Angerona, era venerata nel giorno del solstizio
d’inverno, quando la dea partorisce il figlio che simboleggia il
nuovo anno. L’idolo dalle due facce simboleggia sia il tradimento,
la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto,
motivo che ritorna con il tradimento delle Graie, ma anche i due volti
dello stesso essere, di cui Medusa ed Atena sono le facce. Stige è
rappresentata con un dito sulle labbra chiuse, mentre Medusa è
rappresentata con la bocca aperta: apparentemente distanti, in realtà
si susseguono: Medusa allontana dal Segreto prima che vi si arrivi, Stige
lo sigilla una volta che vi si è attinto.
Medusa per me è la dea del “tanto va la gatta al lardo”:
una volta l’ho sognata, precisamente dopo aver iniziato a praticare
reiki. Ho sognato che ero con un’amica molto più vecchia
di me, e che intrappolate con la macchina in panne sotto un sottopassaggio
dell’autostrada, improvvisamente abbiamo visto uscire quel volto
terribile dal fumo di un’altra macchina in fiamme davanti a noi.
Riferendosi al mio primo livello reiki la mia amica mi indicò Medusa
e mi sgridò dicendomi: “ecco, hai visto? Hai visto adesso
cos’hai evocato? Come pensi di cavartela ora?” Come a dire:
hai voluto sapere di più, hai voluto curiosare dove non dovevi,
ed ora?
Mi sono sempre chiesta il motivo di tanto terrore per questo sguardo,
anche perché nelle descrizioni che riguardano Medusa non si dice
granchè dei suoi occhi ma si dà più evidenza al resto
del viso: a meno che con “sguardo” non si intenda lo sguardo
dell’osservatore. Forse non è lo sguardo di Medusa a pietrificare,
ma è l’osservatore di Medusa che resta pietrificato vedendola,
però non a causa dello sguardo ma per qualcos’altro, così
come nel mio sogno io ero intrappolata sull’autostrada. Questo sogno
mi ha rivelato il carattere di Custode di Medusa: Medusa è un guardiano,
il custode di un limite che non si può valicare senza subire una
metamorfosi irreversibile. Oltrepassare la soglia di Medusa significa
subire un mutamento sostanziale, un cambiamento categorico e pesantissimo
che riguarda la forma e la stessa sostanza di cui siamo fatti perché
da fatti di “carne” diventiamo fatti di “pietra”:
ossia, da deperibili e di durata limitata, diventiamo resistentissimi
ed eterni. Cambiamo regno: da animale a minerale. Se il passaggio oltre
il cancello di Medusa è volontario, se sono io a viverlo sulla
mia stessa pelle, diventerò di pietra, sarò in grado di
mutare me stessa, la mia stessa sostanza: dunque avrò accesso ad
un nuovo livello di coscienza proprio di una dimensione diversa dall’abituale.
Se invece il passaggio è subito ed involontario e vissuto da qualcuno
che mi “incontra” mentre io “sono “ Medusa, allora
la metafora della pietrificazione acquisirà un altro valore: chi
mi incontra sarà “vittima” della mia trasformazione,
non saprà capacitarsene, e rimarrà come di pietra, incapace
non solo di agire ma neppure di reagire.
Anche l’uso tradizionale della maschera della gorgone ci conferma
che è un guardiano. I greci solevano appendere una maschera di
Medusa ai forni durante la cottura dei pani, per evitare che qualche incauto
curioso li aprisse e ne rovinasse la lievitazione e la cottura. Al di
là dell’utilità materiale delle maschere, sembra la
metafora di una custode dei segreti del grano e dell’alimentazione,
e per traslato dei segreti di Demetra o della Madre Terra.
Medusa allontana lo sguardo illecito per proteggere un segreto. Considerati
i legami con i forni del pane e le tecniche legate all’alimentazione,
la medicina e il serpente, e tenuto pure conto del legame con Stige che
è a capo dell’anno, che viene venerata nel giorno del solstizio
di inverno dove la dea partorisce suo figlio, diventa ovvio pensare che
Medusa protegga i misteri femminili.
ll dono
Perseo e Medusa del Cellini
In primo luogo una domanda sulla sacca magica: com’è possibile
che Medusa possa uccidere anche dopo morta? Ho pensato a questo: una volta
che un pensiero esiste, esiste anche se tu distruggi ciò che l’ha
creato. Allo stesso modo, tu puoi negare ciò che di te non vuoi,
non ami, non accetti; puoi anche vivere facendo finta che queste parti
non esistano, e nasconderle in una sacca magica per non vederle. Ma dentro
a quella sacca oscura quelle cose ci sono e sono potenti, e continuano
a lavorare come la testa di Medusa. Del resto nel mito si parla di togliere
la vita, non il potere: mi sembrava logico tagliare la testa ad Atena,
che da una testa era nata, ma quanto a Medusa, per fermarla Perseo avrebbe
dovuto quanto meno cavarle gli occhi, e quant’altro.
Perché sarebbe stato un dono così ambito quella testa? Cosa
contiene di simbolicamente così potente da essere esibita come
un dono? Oltretutto per un re che non voleva altro che copulare con la
madre di Perseo? E ancora, perché Polidette non mette fine alla
faccenda in modo spiccio, come usavano fare in questi casi i colti e raffinati
greci, liquidando il giovane rompiscatole e prendendo Danae con la violenza,
che tanto ci era abituata come probabilmente tutte le donne greche? Perché
mai un giovane praticamente senza famiglia non avrebbe dovuto aver piacere
che la madre divenisse sposa del re, che oltretutto li aveva accolti in
casa propria salvando loro la vita?
Più che lo sguardo, è il dettaglio della lingua sporgente
che mi dice qualcosa: non credo che la dea voglia fare uno sberleffo;
sono più dell’idea di Vicki Noble (1) che ipotizza uno stato
di sforzo straordinario, per esempio il travaglio; ma potrebbe anche indicare
un momento di incontenibile, estremo piacere: le espressioni scomposte,
disordinate, primitive e selvagge di una donna al culmine dell’estasi.
Forse è in realtà questo che non si può guardare
senza esserne travolti fino a morirne. Medusa non può essere guardata
senza rimanere pietrificati: per la paura, la vergogna, la sacralità
di ciò che sta esprimendo, di qualunque natura sia. E’ vero
che la donna durante l’estasi sessuale è sempre rappresentata
ad occhi chiusi: indice di abbandono all’uomo e a ciò che
egli suscita. E’ anche vero che il linguaggio comune – e il
pensiero comune - attribuiscono all’uomo il potere di provocare
l’estasi nella donna. E se Medusa invece fosse una che l’estasi,
anziché “subirla”, la “controlla”, la “padroneggia”,
“la evoca”, e la potenza del suo sguardo nascesse proprio
da questa sua capacità? A mio avviso, ciò che diviene il
dono degno di un re è il potere selvaggio e terribile contenuto
negli occhi di una dea, potere per arrivare al quale è necessaria
una prova di iniziazione difficile quanto foriera di conoscenze straordinarie
per un maschio. Ma qui si delineano due diversi percorsi.
Secondo il linguaggio, il ragionamento e la modalità d’azione
di un giovane maschio – forse simbolo della nuova religione che
soppiantò brutalmente l’Antica Via – questo potere
femminile va in qualche modo limitato, addomesticato, indebolito perché
gli uomini vi abbiano accesso senza esserne travolti e distrutti. Nell’ottica
di un giovane maschio quale Perseo, è necessario “vincere”
il sacro potere selvaggio femminile, cosa che egli farà in parte
con l’inganno, in parte con la violenza. Ecco perché è
necessario non solo decapitare Medusa ma addirittura conservare il trofeo
in una sacca magica.( Sacca che, fra l’altro, mi fa venire in mente
il sacco contenente i venti che fu dato ad Ulisse: anche lì infatti,
all’interno di un sacco come dentro ad un utero è racchiuso
un potere straordinario.) Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano
un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono,
non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura
con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo
nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei
casi la frode per sconfiggerlo definitivamente, anziché allearvisi.
Diversa era la strategia di Polidette, re e quindi uomo anziano e di esperienza,
forse simbolo delle antiche generazioni che ancora veneravano la dea madre:
egli vuole “sposare” Danae, e non le usa violenza; non uccide
il figliastro seccatore, ma lo invita alla prova di iniziazione sorridendo
sornione, dandogli la possibilità di scoprire cos’è
la dea. “Vai, vai pure incontro alla tua Medusa, caro Perseo. Resto
io qui con tua madre.” Come mai a Perseo non è venuto il
dubbio, non ha pensato che una volta tornato, Polidette avrebbe potuto
comunque fare ciò che voleva di lui e di Danae? Perché Polidette
non è come Perseo, è di un’altra pasta. Appartiene
alle genti antiche, conosce e riconosce il valore sacro della dea e della
donna. Ecco perché vuole sposare Danae e non violentarla. La vuole
come compagna, non come sottoposta. Vuole averla con gioia, con piacere
reciproco, e in alleanza.
Perseo desidera preservare la castità della madre, evitare l’atto
sessuale con un re, ciò che renderebbe magari di nuovo madre sua
madre. E qui l’equivoco: Perseo non ha capito, o forse, peggio,
ha proprio capito che ciò che rende potente una donna è
la sua sessualità, la capacità di dare la vita e la morte,
la connessione con i cicli della natura. Non vuole riconoscere questo
potere in sua madre, e se lo ha fatto lo sopprime in Medusa.
Medusa con i suoi serpenti simbolo del male e della conoscenza, Medusa
con la sua bellezza che amoreggia col dio del mare nel tempio della castità:
Medusa è legata al sesso, ai suoi misteri ed al potere che questi
comportano.
Ecco perchè Perseo le taglia la testa e la porta in dono al re:
“hai questo, non ti serve più lo stesso sguardo, la stessa
potenza che libererebbe mia madre se facesse l’amore con te”.
Ecco perché il falcetto, il gesto del tagliare, azione legata al
mondo maschile perché simboleggia la castrazione. Non si può
castrare una donna, ma è come se Perseo l’avesse fatto: castra
la dea Medusa tagliando la parte più istintuale, primitiva e selvaggia
di lei, insubordinata a qualunque controllo.
Figlie di Medusa
Testa di Medsa, artista fiammingo, Uffizi
Quando Medusa viene decapitata escono da lei due creature, Pegaso e Crisaore.
Nel trasportarne la testa, Perseo la adagia delicatamente su alcuni rametti
secchi provenienti dal mare, su cui cadono alcune gocce di sangue: seduta
stante i rametti si tramutano (di nuovo la trasformazione ed il passaggio
da un regno all’altro) in coralli. Ora, il corallo era considerato
un potentissimo amuleto contro il malocchio (cioè contro il “cattivo
sguardo”) ma soprattutto aveva una spiccata valenza salvifica perché
si riteneva potesse coagulare il sangue e fermare le emorragie. Euripide
in “Ione” riferisce del duplice potere del sangue di Medusa:
una goccia di sangue delle sue vene guarisce dalle malattie, mentre il
veleno dei suoi serpenti può uccidere. Secondo altre fonti Asclepio,
padre dei medici imparò l’arte di guarire da un serpente
e ricevette in dono da Atena due fiale contenenti il sangue di Medusa:
il sangue estratto dal lato sinistro faceva risuscitare i morti; il sangue
estratto dal lato destro dava morte istantanea. Per altre fonti ancora,
Atena e Asclepio si divisero quel sangue, che Atena conservò per
scatenare le guerre. Quale altro sangue contiene al contempo due opposti
poteri, quale altro sangue è considerato potente e fertile talismano
e maledetto prodotto delle femmine e orrendo tabù, se non il sangue
mestruale?
Perchè Medusa è la dea che ci chiama per annunciare la prossimità
del ciclo. Ogni donna in fase premestruale può riconoscervisi:
diventiamo brutte, ci trasformiamo. Fino a pochi giorni prima i nostri
capelli erano lucenti e gli sguardi brillanti, avevamo voglia di parlare
e di scherzare, di giocare coi bambini e di dedicarci agli altri, di prenderci
cura della nostra casa e di noi stesse, e riuscivamo a fare un sacco di
cose nella stessa giornata. Improvvisamente ci trasformiamo: i capelli
diventano pesanti e opachi, la pelle grigia, lo sguardo cupo, segnato
e spento. Diventiamo brutte. Desideriamo vestirci di scuro, e ci incupiamo
anche nel carattere: diventiamo insofferenti, malinconiche, i bambini
ci danno fastidio, a qualcuna risultano insopportabili le attenzioni degli
uomini, che allontana in maniera glaciale, mentre qualcun’altra
diventa letteralmente “assetata” di sesso ma divorante; ricerchiamo
la tranquillità, la solitudine, il silenzio, qualunque cosa o persona
ci danno fastidio, ci innervosiscono. Tanto da far pensare a chi ci sta
vicino che ci sia qualcosa che non va. Noi vorremmo essere lasciate tranquille,
avremmo bisogno di alcuni giorni di raccoglimento per preparaci alla mestruazione.
E’ allora che diventiamo Meduse: come lei, non andremmo in giro
ad “uccidere” perché non è quello il desiderio
da cui siamo animate; invece ci anima il desiderio di stare sole senza
giustificazioni per nessuno, senza eccezioni, e così capita che
“uccidiamo” metaforicamente, con le nostre reazioni esagerate
ed eccessive, coloro che vengono a disturbarci nel nostro antro buio.
Non desideriamo più come fino a due giorni prima che la nostra
casa sia un giardino festoso dove ridere e schiamazzare, un luogo dove
“gli altri” stanno bene. Anzi. La nostra casa diventa sporca
e trasandata come noi, perché si trasforma nell’antro di
Medusa, che non deve essere violato da nessuno e che deve risultare repellente
e ripugnante per allontanare tutti e garantire “a noi” la
tranquillità di cui abbisogniamo. Ma la vita quotidiana ci impone
di reprimere il desiderio di silenzio e di continuare la vita di ogni
giorno come se fossimo in perenne fase ovulatoria. E’ questo che
ci porta allo scatto d’ira, alla crisi isterica, alla reazione violenta,
fulminea, inaspettata, che lascia di pietra le persone contro cui è
rivolta perchè non se l’aspettano, specialmente se sono uomini.
La nostra è la reazione di Medusa: chi non capisce che in quel
periodo desideriamo ed abbiamo fisicamente bisogno di stare tranquille,
deve sapere che subirà la nostra reazione. Sarà di solito
una reazione violenta ed esagerata, nella maggior parte dei casi “fuori
luogo”. Non proporzionata alla causa di fastidio - non servono grandi
cose per farci esplodere, basta un nonnulla - ma proporzionale al desiderio
di staccare e, soprattutto e purtroppo, alla resistenza che vi facciamo,
alla tenacia con cui lo neghiamo, alla testardaggine con cui ci accaniamo
a fare come se niente fosse.
Nonostante gli artigli e le zanne, Medusa non è una dea che distrugge,
fa a pezzi, smembra o sbrana le sue vittime. Non si muove, non aggredisce,
ha un temperamento diverso da altre dee oscure: è una dea che TI
FERMA. Ti blocca, e letteralmente, perché ti trasforma in pietra.
Così trasformato, tu non potrai continuare la ricerca, non potrai
continuare a curiosare dove non è permesso farlo. E’ questo
il suo messaggio: non fa stragi sanguinolente, semplicemente ti obbliga
a fermarti quando arrivi al limite. Ed è lo stesso messaggio che
dà a noi come donne in fase premestruale: ci impone di fermarci
perché siamo entrate in una regione diversa, perché non
siamo più nel territorio dell’ovulazione ma abbiamo cambiato
piano, e di conseguenza anche il nostro atteggiamento e comportamento
devono cambiare.
Medusa è una Dea ed esige il suo tributo: negarle valore ed importanza
può renderla molto pericolosa per il nostro equilibrio. Quando
ci ostiniamo a non risponderle Lei si accanisce. Tutte le donne in fase
premestruale sono figlie di Medusa e sono tenute ad onorarla e ad assecondare
le sue richieste per quanto possibile : nei giorni che precedono il ciclo,
Ella ci chiede di negarci al mondo, agli uomini, alla famiglia, al lavoro,
agli affetti per richiuderci nel suo antro. Ci chiede dedizione totale
ed assoluta inattività per prepararci al “mistero”
che si ripete in ogni donna fertile ogni mese. Ciò che il corpo
si prepara a fare è più importante di qualunque altra attività
esterna, è un atto sacro e necessita di essere vissuto con la dovuta
consapevolezza. Dentro ad ogni donna che attende le mestruazioni c’è
un nucleo, un grumo di energia creativa che non verrà utilizzata
per concepire, ma che è carica e potente di tutta la forza che
sarebbe servita per farlo, e nessuna donna può ignorare la sacralità
del rilascio di questa energia. Ci prepariamo a lasciar andare da noi
qualcosa che avrebbe potuto essere, ed è fra l’altro una
possibilità limitata nel tempo perché non ovuleremo per
tutta la vita: prepararci a questa trasformazione con attenzione e consapevolezza
e con rispetto verso le esigenze fisiche ed emotive della nostra persona
è il minimo che possiamo fare. Medusa è il nostro guardiano:
ci ricorda che dobbiamo prenderci cura di noi, che dobbiamo ascoltarci,
che siamo cicliche e che abbiamo delle esigenze che non vanno mai sottovalutate.
E non dimentichiamo mai che dietro alle spalle, Medusa ha ali d’oro.
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* Testo
e ricerca di Barbara Coffani per http://www.ilcerchiodellaluna.it
© 2007
Inserito nel sito www.ilcerchiodellaluna.it
nel gennaio 2007
© il testo è dal luglio 2009 edito con altri di Barbara Pollettini in un volume ed acquistabile via web:
titolo: la danza della luna
pubblicato con www.ilmiolibro.it
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BIBLIOGRAFIA
1) Vicki Noble, Il risveglio della dea, Milano, Corbaccio, 1996, pag.
38 e seguenti
2) Per il mito di Medusa: Robert Graves, I miti greci, Dei ed eroi in
Omero, Volume 1 e 2, Milano, Longanesi , 1963
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