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| LE DEE
DEL SILENZIO Testo e ricerca di Barbara Coffani per http://www.ilcerchiodellaluna.it ![]() U n'immagine di Stige dipinta da Patricia Mathews “Come si può descrivere la preparazione di una sacerdotessa? Ciò che non è ovvio è segreto. Coloro che hanno percorso la stessa strada lo sanno, e coloro che non l’hanno percorsa, non lo sapranno mai.” Marion Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon IO E STIGE Quando penso a com’è partita questa ricerca mi viene da sorridere, e immagino uno scherzo della dea del silenzio, come se non volesse essere trovata. Anna mi propose via e-mail una ricerca su “Sige, dea greca del silenzio”, ed io iniziai distrattamente a cercare questo nome in rete. Non trovavo nulla. Digitando invece “dea del silenzio” comparivano i riferimenti ad Angerona, divinità romana praticamente sconosciuta. Dopo circa una settimana, non so perché il nome Stige iniziò a girarmi per la testa e mi venne il dubbio che Stige fosse la dea del silenzio, e Sige in realtà un semplice errore di battitura. In effetti era così. Cosa sapevo io, di Stige? Che era un fiume dell’aldilà greco, che aveva a che vedere con le acque torbide….niente di più. Mi rituffai in internet, e scoprii ciò che Stige nasconde, le sorprendenti corrispondenze con Angerona ed i rimandi ad altre figure femminili meravigliose. L’inizio è stato scoraggiante: pochi dati, poco materiale e ancor meno riferimenti. La dea del silenzio si nasconde, non è citata, nessuno la descrive nell’aspetto o nelle azioni, nessuno la colloca in un luogo preciso; è avara: non ti dà soddisfazione perché non ti dice nulla di sé. E’ povera, disadorna delle belle parole e dei bei miti con cui vengono presentate le altre dee. E’ spoglia e nuda, non interessa a nessuno, nessuno le offre lodi o poesie né parla di lei, e da qui a scivolare nell’oblio il passo è breve. Poi ho capito: lei “tace”. Mi guarda col dito sulla bocca intrigandomi come Monna Lisa, e mi suggerisce: io non dico nulla, fai tu, devi arrivarci da sola. E invita a tacere, come la maliziosa ed ammiccante Angerona dal dito sulle labbra. Arrivo a lei per negazione: lei è la Non parola, la Non conosciuta, la Non celebrata, la Non evidente. Metaforicamente, credo sia la negazione di ciò che so, che conosco, che ho, che vedo: quindi è ciò che non so, che non ho e che non vedo. Parto dalla negazione della parola. La parola spiega, chiarisce, insegna, illumina, evidenzia. Il silenzio è solo silenzio, sa solo tacere. Se la parola sembra luce, il silenzio è buio, oscurità, mistero. E lei è lì: lei è dove c’è il silenzio, non al centro della scena ma ai margini, dove non arriva la luce dei riflettori. Così sono le dee del silenzio, nascoste: non hanno templi propri perché nessuno sa dove si trovino, come le ninfe stigie, oppure sono venerate in templi di altre dee, come Angerona; non compaiono mai in prima persona, non sono primedonne, ma lavorano nell’ombra come Raven di Avalon, e rompono il giuramento di silenzio unicamente per dire la verità, per profetizzare. Stige è un fiume dalle acque torbide, non si sa cosa ci sia sotto. Eppure tanto mistero deve avere un senso, e ho pensato al senso di custodire qualcosa di molto prezioso. Un tesoro cui non si può, non si deve, attingere facilmente. Ma cosa? In realtà non riesco ad arrivare ad una vera e propria conclusione. Loro, le Signore del silenzio, mi fanno continuamente pensare, rimuginare, riflettere. Più di una volta nel corso della ricerca mi hanno fatto alzare nel cuore della notte, perché mi sembrava di avere capito qualcosa di importante….Mi lanciano dei messaggi, mi aprono squarci dove sembra che le cose si chiariscano, per poi improvvisamente far ridiscendere le nebbie. Mi viene in mente un incantesimo di Avalon, dove l’invisibilità veniva evocata pronunciando queste parole: “Nessuno ci ha visto, nessuno sa che siamo passati di qui…”. E non arrivo a nulla. Intuisco che le dee custodiscono il potere della parola, il potere della forza vitale e creativa che origina la vita, il potere del desiderio, il potere delle realtà possibili, e arrivo a pensare che forse la dea del silenzio sia la DEA…ma sono supposizioni. Eppure, da quando ho iniziato questa ricerca, parallelamente nella mia vita sono cambiate e si sono sviluppate delle cose, e io sono diversa ancora una volta da com’ero prima. Per una come me che sbraita e si fa sentire anche quando non serve, praticare il silenzio è stato ed è tuttora difficile; eppure da quando ho iniziato a farlo qualcosa mi si è aperto dentro: una sorta di capacità di vedere dall’alto, da lontano; come se stando zitta, smettendo di rendere evidente la mia opinione e di prendere posizione e di mettermi in luce mi si fosse aperta la possibilità di avere una visione generale, che da una parte mi rende più equilibrata, e dall’altra mi sta via via rendendo più ricca perché mi lascia tutta la forza che userei nel “gridare”. I termini della questione si ribaltano: il silenzio non è più negazione nel senso di “non esistenza”, ma nel senso di “non ancora forma”; è come un grande utero buio e tranquillo, dove le cose sono in potenza, ma debbono ancora identificarsi. Un luogo da cui tutto può trarre origine. Il luogo del “potere”. Il luogo della realtà possibile di ogni cosa, anche di me stessa e delle altre me stesse. E dall’altro lato percepisco questo: il non detto che il silenzio custodisce con la stessa profondità degli abissi nell’oceano è ciò che “non deve” essere detto, ciò che non vuoi sia detto; l’altra faccia di te, l’altra faccia della luna, il tuo taciuto, il tuo non agito: ciò che ti rende o renderebbe veramente intero e completo, quando tu avessi il coraggio di viverlo. Il fango di Stige, per chi ha il coraggio di attraversarlo, è foriero di ricchezza e totalità. ANGERONA Le notizie in proposito sono pochissime perché di lei non abbiamo che una statua. Angerona, o Augerona, è una dea romana rappresentata con un dito sulle labbra chiuse. E’ considerata la dea del silenzio, dei consigli e la protettrice degli amori segreti, oltre che colei che guarisce dall’angina pectoris. Le sue caratteristiche sono di non avere un tempio proprio, e di essere spesso chiamata col nome di altre dee tanto da venir confusa con esse. La sua funzione primaria era di proteggere Roma, funzione da cui balza all’occhio il valore enorme attribuitole, in apparente contrasto con la poca fama: Angerona manteneva segreto il nome della città, rendendo impossibile ai nemici l’impossessarsene. E’ implicito in questa funzione il potere della parola e della conoscenza di un nome. Fra l’altro Angerona era chiamata anche con il nome segreto di Roma che era “Amor”, cioè Roma al contrario. Non a caso Angerona è poco nota: uno 007 deve passare inosservato, non può essere un tipo appariscente che fa colpo. Poiché il tempio di Roma in cui è stata ritrovata la sua effigie è in realtà il tempio di Volupia, la dea del piacere, ecco ciò che Angerona ci suggerisce: Voluptas è il piacere sessuale, fisico, spesso legato agli amori proibiti, segreti, da nascondere. Amor celato, nascosto, cioè Roma. Forse però il legame è anche fra piacere – voluptas – e dolore – angor, o fra il silenzio che va davvero serbato su certi amori, specialmente quelli illeciti. Angerona è associata anche ad altre divinità poco note ma molto significative perché legate alla sopravvivenza del genere umano: - ad Ops o Opis, divinità sabina della fertilità e della gravidanza, dea ctonia rappresentata seduta, legata al potere della terra e moglie di Saturno; il legame evidenzia la consistenza della dea, legata alla vita, all’alimentazione ed alla procreazione. E’ quindi una dea di prima generazione, una dea madre. - ad Acca Larentia, madre, oltre che della fertilità della terra, dei Lari e degli avi: quindi delle Radici, della Discendenza, della continuità di una stirpe. - a Muta, dea dei campi di grano: di nuovo il riferimento alla dea madre terra e alla continuità della vita - alla dea etrusca Ancaru, che presiede alla morte e ai giuramenti, da cui pare derivi. La morte e un giuramento hanno in comune l’inviolabilità, la segretezza, la sacralità, la necessità. La sua festa cadeva il 21 dicembre, al solstizio d’inverno. A Roma questa festa coincideva con i Saturnali, ma secondo tradizioni più antiche a tutte noi care, il solstizio d’inverno è il momento d’inizio del nuovo anno, il momento in cui la Dea Madre partorisce il dio figlio, per dare di nuovo inizio al giro della ruota della vita. STIGE Immagine di Stige di Wendy Andrew www.paintingdreams.co.uk Più generosa di Angerona dal punto di vista dei riferimenti letterari, Stige rimane pure una divinità che si tiene in disparte, e non troviamo su di lei veri e propri racconti quanto riferimenti fugaci. In realtà però le sue apparizioni sono sempre determinanti nello snodo delle peripezie di altri personaggi, ed è una dea legata a metafore molto interessanti. Come riporta Robert Graves, (1) la ninfa Stige fu una delle amanti di Zeus da cui concepì la dea Persefone, regina dell’Oltretomba, rapita e sposata da Ade dio degli inferi. Al di là del fatto che Stige sia una delle tante amanti di Zeus, e nemmeno la più importante, trovo interessante lo scenario di sfondo ed il filo rosso che lega le donne di questa famiglia perché mi suscita delle curiosità. Tutte vivono una storia di violenza perpetrata da parenti molto stretti: come Ade era fratello di Zeus, e si appropria della nipote con violenza e contro la sua volontà, allo stesso modo Zeus aveva usato violenza alla madre Era, e via così. Le violenze sono lo strumento col quale gli uomini costringono potenti regine allo stato di schiave e di oggetto di loro proprietà, e questa per Graves è una metafora delle conquiste elleniche sui santuari dell’antica madre. Ma perché tanta violenza su donne che non erano guerriere, verso le quali metodi molto meno brutali sarebbero bastati a sottometterle? La violenza è una tematica predominante in tutte le storie, sostituita solo raramente dall’astuzia. Perché? Cosa volevano prendere, gli uomini, a quelle donne? Dove volevano arrivare? Cos’avevano quelle donne di così importante da risvegliare un tale offensivo ed aggressivo interesse? Un altro accenno alla ninfa Stige si trova nel mito degli Aloidi: questi erano due fratelli figli di Poseidone e di Ifimedia, che mossero guerra contro Ares e Artemide, e giurarono sulle acque dello Stige che avrebbero violato l’uno Era e l’altro Artemide. I due fratelli erano pieni di boria perché era stato stabilito da una profezia che non sarebbero stati uccisi né da uomini né da dei. Qui, oltre alla già nota storia di violenza a donne potenti, subentra un nuovo elemento che pure diverrà in seguito ricorrente: la profezia. Bene, i due fratelli si ammazzarono per errore fra loro, scagliandosi a vicenda un giavellotto nel tentativo di uccidere una cerbiatta bianca (in realtà la dea Artemide): quasi a suggerire che gli uomini non sono in grado di interpretare e comprendere correttamente le profezie. In effetti sempre Graves sottolinea che nonostante la perdita di ogni diritto, le donne – non gli uomini - mantennero il potere della profezia. Perché? Entra forse in gioco un diverso sentire, un diverso vedere, una diversa sensibilità che preclude agli uomini l’accesso al mondo del “possibile”? Non a caso anche Tiresia, padre della sibilla Manto, acquisì il dono del profetizzare dopo, e solo dopo, essere stato trasformato in donna ed aver così vissuto per sette anni. Tornando agli Aloidi, a questo punto le loro anime discesero nel Tartaro, ed ecco, come in un film, un piccolo cameo della nostra Stige: le anime dei due Aloidi vengono legate ad una colonna con corde di vipere vive, sulla cui cima siede appollaiata la ninfa ghignando a ricordo dei loro giuramenti non mantenuti. Graves così interpreta questo mito: “ Il tormento degli Aloidi nel Tartaro, (….)pare fosse stato dedotto da un antico segno calendariale che mostrava due teste di gemelli voltati schiena contro schiena, mentre sedevano sulla sedia dell’oblio, ai due lati di una colonna. La colonna su cui sta appollaiata la dea della morte e della vita indica l’apice dell’estate, quando termina il regno del re sacro e inizia quello del suo successore. In Italia lo stesso simbolo divenne Giano bifronte; ma in Italia l’anno nuovo iniziava a gennaio(….)”(2) Ed ecco un legame nascosto con Angerona: Giano bifronte è infatti il personaggio che dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno, e abbiamo visto che Angerona era venerata nel giorno del solstizio d’inverno, quando cioè la dea partorisce il figlio che simboleggia il nuovo anno. L’idolo dalle due facce rimanda inoltre ad Angerona perchè simboleggia il tradimento, la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto. Immaginando l’alta colonna su cui siede Stige non posso infine non pensare alla meta, al punto di arrivo, al punto di svolta: alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro, come avviene nel passaggio da un anno all’altro. Che la fine dell’anno sia collocata in estate o in inverno è irrilevante: ciò che importa è che essa rappresenta un Passaggio. Con la solita modalità di rapido e breve accenno compaiono pure le ninfe Stigie, questa volta nel mito greco di Perseo – per il quale si rimanda alla scheda su Medusa, strettamente legata a Stige - , ma stavolta hanno il ruolo fondamentale di essere il “tramite” senza cui l’eroe non arriverebbe alla vittoria. Brevemente, Perseo era partito alla ricerca di Medusa cui doveva tagliare la testa per portarla in dono al re Polidette. Per compiere l’impresa, Perseo aveva bisogno di alcuni strumenti: il falcetto di Ermete, che servirà per decapitare la dea, un paio di sandali alati per fuggire, una sacca magica per riporvi la testa recisa e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili. Riguardo a quest’ultimo talismano, suggerisco un altro legame: fra Silenzio e invisibilità. Le ninfe stigie compaiono solo a questo punto del mito come custodi dei tre oggetti: sono dunque ancora una volta il cardine, il ponte che permette all’eroe di passare avanti: una nuova metafora del passaggio, questa volta ancor più esplicita come crescita, avanzamento, acquisizione di nuovi strumenti per vincere una competizione, e dunque di maturità. Le ninfe stigie sono praticamente invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune (di nuovo la relazione tra la vista e la bocca-parola) . Perseo riesce a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene ciò di cui ha bisogno e uccide Medusa. Angerona a capo dell’anno, Stige in cima alla colonna, le ninfe stigie senza la cui mediazione Perseo non andrà da nessuna parte, sono tutte dee che proteggono/presiedono ad un passaggio, ad una svolta; la stessa misteriosa Ancaru etrusca lo è, perche presiede al passaggio alla morte. Ma passaggio a cosa? A cosa prelude l’ingresso che queste dee custodiscono? Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono, non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei casi la frode per sconfiggerlo definitivamente. Graves in una nota a questo mito suggerisce un’altra versione: “…la visita di Perseo alle Graie, la conquista dell’occhio , del dente, della sacca, del falcetto e dell’elmo che rende invisibili, nonché la sua fuga dalle altre Gorgoni che lo inseguivano dopo la decapitazione della Medusa(…)sono stati tratti dall’errata interpretazione di una raffigurazione del tutto diversa, nella quale si vedeva Ermete, con i sandali alati e l’elmo, nell’atto di ricevere in dono un occhio magico dalle tre Moire. Codesto occhio simboleggia la facoltà di percezione; Ermete diventava così in grado di padroneggiare l’alfabeto arboreo, inventato dalle stesse Moire. Esse gli donarono anche un dente divinatorio, come quello di cui si servì Fionn nella leggenda irlandese; un falcetto per tagliare dal tronco i ramoscelli per l’alfabeto, ; una sacca di pelle di gru per riporre tali oggetti; e una maschera di Gorgone per tenere lontani i curiosi. A terra, in basso, si vede la dea che regge uno specchio dove si riflette la testa della Gorgone, per mettere in evidenza l’assoluta segretezza dei suoi insegnamenti” (3). Poi continua: “(….) esisteva in Grecia un alfabeto il cui segreto era gelosamente custodito dalle sacerdotesse della Luna, cioè Io o le tre Parche; tale alfabeto era strettamente legato al calendario e le sue lettere non erano rappresentate da segni scritti, ma da ramoscelli recisi da alberi di specie diverse, che simboleggiavano i diversi mesi dell’anno”(4) E nella nota successiva: “Anche le lettere dell’antico alfabeto irlandese, come di quello usato dai druidi della Gallia descritti da Cesare, portavano il nome di alberi. L’alfabeto irlandese era chiamato Beth-luis-nion (“betulla chiamato Beth-luis-nion (“betulla-frassino di montagna-frassino”) dalle sue prime tre consonanti. E la sua composizione, che ci fa supporre un’origine frigia, corrispondeva a quella degli alfabeti pelasgico e latino: era cioè di tredici consonanti e cinque vocali. (….)Ogni consonante corrispondeva a un mese di ventotto giorni di una serie di tredici mesi che iniziava due giorni dopo il solstizio d’inverno….”. Secondo questa interpretazione ciò che viene protetto dalle donne ed ambito dagli uomini è la parola: nel silenzio è custodita la parola, come il fiore è custodito nel seme. Quasi che la Dea Madre fosse il Silenzio, che tiene in grembo e poi partorisce il Figlio- Parola. Tutte le creature femminili terribili che costellano il viaggio di Perseo/Ermete non sarebbero che guardiane della parola, concepita nel Silenzio. Questa interpretazione giustificherebbe il fatto che solo le donne conservarono il dono della profezia: perché per tradizione erano femmine le custodi dell’alfabeto, ed è l’alfabeto che permette di divinare. C’è un alfabeto sacro e magico custodito da figure femminili. Una figura maschile se ne impossessa e lo diffonde fra gli uomini, ma a questo punto l’alfabeto si sdoppia: diventa d’uso comune fra gli uomini, e d’uso divinatorio ma riservato alle donne. Nell’uso comune, la parola perde la sua potenza e la sua chiarezza e a volte diventa ambigua e superficiale, mentre nell’uso magico la parola conserva tutto il suo potere, forma e delinea la realtà e con la profezia si lega anche alla realtà possibile. Del resto, come si dice nella saga di Avalon, “i figli parlano la lingua delle madri”: è la donna che insegna a parlare. Ma per insegnare a parlare, bisogna prima padroneggiare il silenzio. RAVEN DI AVALON Raven nel film "Le nebbie di Avalon" “Ai margini del meleto, tra due alberi fioriti, c’era una piccola casa di canne intonacate di fango. All’interno ardeva un fuoco. Furono accolte con un inchino da una giovane donna abbigliata come le altre, con una veste scura e una tunica di pelle di cervo. “Non parlarle”, disse Viviana,.” Ha fatto voto di silenzio. E’ sacerdotessa da quattro anni, e si chiama Raven”.(5) Raven, una delle figlie di Avalon, compare per la prima volta quando Morgana arriva all’isola da bambina. E’ una figura apparentemente di secondo piano, ma analizzandola si scopre quanto peso simbolico abbia in tutto il romanzo, al punto da essere sempre a fianco della protagonista nei momenti chiave del romanzo: al suo arrivo ad Avalon, durante i rituali più importanti, al ritorno ad Avalon dopo l’esilio volontario ed infine durante l’apparizione del Graal. Per cominciare essa è con Morgana in due episodi “magici”: nel corso di un rituale di divinazione e durante la preparazione di Excalibur. Raven resta discretamente sullo sfondo, ma non è semplice “assistente” di Morgana, bensì è “colei che la sostiene con la sua energia”: senza di lei Morgana non ce la farebbe. Morgana inizia, Raven completa: insieme, sono complementari. Soprattutto, è sua la voce della profezia. Morgana “vede”, ma è Raven a “dire”. Fin dall’inizio del romanzo si dà particolare rilievo al dono della “Vista” che caratterizza tutte le figlie più dotate dell’isola. Ma è difficile esplicitare chiaramente ciò che si vede, rendere comprensibili a tutti le immagini di una visione di origine sacra: ecco perché Morgana ha bisogno di Raven, perché le sue forze si esauriscono nella Vista. Dopo aver ricevuto una visione, c’è bisogno di altra energia per rendere palpabili le immagini e trasformarle in parole: l’energia di Raven. E’ significativo il fatto che sia votata al silenzio: essa ha rinunciato a parlare, non pronuncia mai una sillaba; le sole parole che dice sono sacre, sono le parole che manda la dea. E’ come se fosse necessaria una quantità incredibile di lavoro, esercizio e forza fisica per dire cose che hanno un senso: per lasciarci attraversare il corpo da una corrente – sia pure di parole – di origine sacra, per dire cose che ancora non esistono ma sono destinate ad avverarsi, e che seppure ancora non esistono hanno l’intero peso della Verità. Tutto questo lavoro, esercizio e forza sono il frutto del voto di silenzio. Non è facile imparare a stare zitti, zittire non solo le emozioni ma anche le curiosità, il desiderio di sapere e di chiedere, la voglia di contatto verbale con gli altri. Stare sempre zitti significa allontanarsi dal mondo e dalla società; non a caso Raven vive ad Avalon, per di più in un periodo della storia dove l’Isola si è allontanata ancora un po’ dal nostro mondo; ma stare sempre nel silenzio ti permette di risparmiare in te una tale riserva di energia e forza da metterti in contatto con altri piani. Morgana e Raven vengono portate a riposare, e nella scena seguente Raven non c’è più mentre troviamo Viviana intenta a spiegare a Morgana il senso della profezia. Una volta portato a termine il suo compito, Raven scompare dietro le quinte. Lei ha dentro di sé la voce della Dea, e non si preoccupa di interpretare il senso delle parole. Anche questo è un momento delicato per noi mortali: d’accordo, abbiamo avuto una profezia, abbiamo tradotto in parole le immagini della sacerdotessa; ma che senso hanno queste parole? Come le interpretiamo ora? Il senso di vuoto e di mistero che circonda le sibille non è legato al non avere una risposta, ma al non capire la risposta avuta. La dea del silenzio continua a prenderci in giro: acconsente a parlare, ma in una lingua straniera che noi non capiamo. Nel passaggio da sentito a spiegato il messaggio perde forza e sacralità, e non è neppure detto che sia esatto il modo in cui viene tradotto: infatti tutta la storia di Avalon e delle sue sacerdotesse risuona dell’insicurezza, dell’incertezza con cui le varie Signore hanno interpretato i messaggi della Dea, e dei ripensamenti, rimorsi e rimpianti per aver scelto o non scelto un cammino invece dell’altro. La Dea ci parla, ma non è detto che noi siamo in grado di capire cosa dice. Successivamente Raven compare in un momento difficile per l’isola: Viviana, invecchiata, capisce che c’è bisogno di una nuova signora ma in assenza di Morgana non sa a chi affidare l’incarico. Fa divinare la giovanissima Niniane, che pronuncia le parole: “Raven, Raven, il calderone tra le sue mani….” ed interpreta queste parole come il segno che Raven è adatta ad essere la nuova signora. Poi la chiama Raven e la supplica di aiutarla e dirle se Morgana ritornerà. Silenzio. “Intendi dire che non tornerà? O che non sai?”(6) Questo è il punto di vista del mortale: non si capisce se il silenzio è ignoranza o conoscenza, né cosa nasconde dentro. Mi lascia sempre perplessa una cosa, però: perchè dovrebbe essere Raven a sapere quello che nemmeno la più famosa delle maghe, quella che passò alla storia per aver incantato perfino il grande Merlino, riesce a sapere? Seconda richiesta, questa volta velata di maggiore autorità: Viviana chiede a Raven di accettare l’incarico ed è solo a questo punto che Raven ci viene descritta nel suo aspetto: alta, snella, sulla quarantina, con i capelli lunghi e scuri, il viso olivastro e gli occhi grandi sotto le sopracciglia folte. Solamente in questo punto del romanzo abbiamo il piacere di sapere com’è fatta questa dea del silenzio, questa donna che sembra un fantasma, che non parla mai, non fa nulla di spettacolare eppure assiste, sorregge, conforta, è indispensabile e sostiene donne più potenti di lei. Neppure questa volta Raven risponde, naturalmente, ma abbraccia Viviana, la lascia piangere, le offre conforto e se ne va senza aver accettato l’incarico. Ancora una volta la dea ha taciuto: non ha dato la risposta che serviva a Viviana, nè ha risolto i suoi problemi. Essere la signora di Avalon significava portare avanti una carriera politica e diplomatica pesantissima, trattare, scegliere, disporre, decidere. Raven non può fare tutto questo: non perché non ne abbia le capacità. Anzi, dal punto di vista della preparazione sarebbe la persona giusta. Ma ha fatto una scelta che va nella direzione opposta: rinunciando a parlare ha rinunciato a prendere una posizione, a scegliere, a far sapere al mondo qual è il suo pensiero, la sua idea: ha rinunciato a sé stessa. Quando parla non sono sue le parole che dice, ma della dea. Essere profetesse e votarsi al silenzio significa fare spazio dentro di sé, farsi da parte perché tutto lo spazio che c’è dentro di noi sia riempito e inondato dalla presenza della dea. E in questo Raven è più vicina alla dea di ogni altra signora dell’isola. Ecco perché lei potrebbe sapere ciò che Viviana non sa. C’è un altro momento bellissimo, caratterizzato da un’atmosfera molto commovente dove Raven, pur presente con tutta la sua corporeità, rimane evanescente come in un sogno: il ritorno di Morgana ad Avalon dopo la morte di Viviana. Al suo risveglio sull’isola Morgana scorge Raven, o meglio, dettagli del suo corpo: una cicatrice su una mano, le dita sulle labbra nel segno del silenzio come l’antica Angerona, altre cicatrici sul braccio e sul seno, il profumo di erbe rituali sui capelli…Sono particolari che per essere notati nell’oscurità implicano una notevole vicinanza fisica, un abbraccio. Raven angelo del focolare, Raven antica madre, colei che non ha mai lasciato l’isola, è ancora lì ad aspettare. Il fatto che in un primo momento Morgana la confonda con la donna del Popolo Fatato incontrata in passato, il fatto che lei riaccolga chi torna a casa, il fatto che lei e lei soltanto abbia il diritto ed il potere di riconsacrare Morgana con la benedizione delle figlie di Avalon e con i simboli, e celebri il giuramento di sangue, e soprattutto il fatto che trasmetta a Morgana la sensazione più bella, quella di essere nel grembo della madre, mi fanno pensare che Raven detenga un potere superiore a quello della Signora dell’Isola: forse, Raven è proprio la Dea. Di sicuro ne è il tramite. Anche il suo corpo, i movimenti ed i gesti contengono allo stesso tempo una leggerezza, una calore e una rotondità che le parole raramente sanno dare, e proprie di una creatura di un altro mondo. L’ultima avventura la vede assistere alla magia più sacra: quando insieme a Morgana, alla corte di Artù nel giorno di pentecoste, operano il più potente degli incantesimi per riportare i sacri simboli all’isola, sottraendoli al vescovo cristiano che stava per usarli per la messa. Raven ha una visione terribile, e il suo spavento è tale da svegliare Morgana che accorre da lei e la trova immobile, seduta sul letto, con i lunghi capelli sciolti e scomposti e gli occhi stralunati. E’ paralizzata dal terrore, è il ritratto di Medusa, ma la gravità di ciò che ha visto è tale che una volta ripresasi rompe per sempre il silenzio e abbandona Avalon. Alla corte di Artù, per l’ultima volta la sua presenza sarà indispensabile per sorreggere la magia di Morgana. Questa volta, si tratta dell’apparizione del Sacro Graal: è Morgana a sostenerlo e a distribuirne i doni, ma è Raven a sorreggere Morgana. E’ Raven a sorreggere il peso del potere della Dea, la cui presenza è talmente forte e terribile da spaccare il cuore. Non posso non pensare ad Angerona, protettrice dell'angina pectoris, che mi diviene via via più chiaro perchè quando la Dea ti passa attraverso può essere così dolce da ucciderti. Quando hai il cuore e il corpo così pieni d’amore, quando senti così forte la presenza e l’energia e la vibrazione della dea, non riesci neppure a muoverti o a parlare, sei paralizzata, puoi solo lasciarla passare, e persino Raven, che ha comunicato con la Dea per tutta la vita, ne è sopraffatta. AGLI ANTIPODI DEL SILENZIO: IL POTERE DELLA PAROLA La parola crea. E’ viva, forma di energia sottile ma estremamente potente. Nella Bibbia, Dio crea tutte le cose nominandole: dice “Sia la luce”, e la luce “è”. “Chiama” la luce giorno e le tenebre notte, ed ecco la sera ed il mattino. Poi dice “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque” ed ecco il firmamento e le acque separate, quelle sopra da quelle sotto al firmamento. E poi “nomina” il firmamento cielo. Poi crea la terra dicendo "Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto",” e poi chiama l'asciutto terra e le acque mare. E avanti così. Anche più tardi, nel Nuovo Testamento, Vangelo secondo Giovanni si parla in questo modo : “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.” L’origine del potere moderno della parola forse nasce da qui, perché con la Bibbia essa diventa strumento di creazione. Ogni volta che Dio compie un atto di creazione, si assistono a tre momenti: 1)la parola nomina la realtà di una cosa 2)quella tal cosa esiste 3)la sua esistenza viene sigillata da un nome con cui la cosa viene chiamata. In pratica, la parola crea l’esistere delle cose. Ma non solo. Creando, la parola trasforma la realtà: quando Dio nomina le cose, dà loro una forma. Prima esiste una massa informe di materia, e questa poi prende la forma del sopra e del sotto, del mare e della terra ecc. per mezzo della parola. Con il suo sistema creativo che prescinde dall’utero, in pratica, il Dio dei cristiani “separa”. Nella Bibbia, chi crea è un dio maschile, e creare diventa sinonimo di separare le cose le une dalle altre, staccarle, dare loro una individualità, cosa che poi accade a livelli molto più terreni nella vita di ognuno di noi: nella famiglia infatti il ruolo del papà è di spingere i bambini piccoli dal dentro al fuori, dal mondo materno al mondo esterno, “staccandoli” dalla mamma. Non a caso alcune ostetriche danno al padre “l’onore” di tagliare il cordone ombelicale alla nascita del piccolo. E non a caso si dice che il taglio cesareo è il sistema usato dai medici maschi, mentre le ostetriche favoriscono il parto spontaneo. Ecco qui la metafora ricorrente in tutti i miti precedenti, il senso del falcetto, della spada, del pugnale e della lancia e anche forse di Excalibur. E’ tipicamente maschile il ruolo del “tagliare”: la spada, come il fallo, apre, taglia, separa. La donna custodisce TUTTO nel suo silenzio, l’uomo invece distingue, separa, divide con la parola. Metaforicamente, il silenzio ed il femminile nel calice, la parola ed il maschile nella spada. Nella leggenda del Graal Perceval è condannato ad un’estenuante ricerca perché non chiede “Chi serve il Graal?”, e non ponendo la domanda non permette neppure la risposta: non permette di esistere alla realtà che c’è dietro alla domanda non posta. Non solo. Ma con il suo silenzio, perpetua la situazione di disgrazia della terra dove vive il re pescatore, perché rimanendo in silenzio di fronte alla fanciulla del Graal, che “fa la donna”, cioè tace, lui “non fa l‘uomo”. Rinunciando a parlare Perceval rinuncia ad essere uomo verso la fanciulla che tiene il calice: se il sacro vaso rimane senza spada, non si ha unione e prosperità, non si ha più continuazione della specie. Perceval potrebbe essere colui che risana la ferita del re Pescatore, ferita che dona impotenza, vedi sterilità, ma tacendo lascia le cose come stanno. La parola evoca. Ogni volta che noi pronunciamo una parola essa ci arriva accompagnata da una serie di valori, connotazioni, sensi nascosti, immagini, alcuni personalissimi, alcuni comuni a intere società, ma tutti radicati e molto antichi. Dietro ad ogni parola che pronunciamo c’è una storia, e pronunciare ogni parola significa evocare la totalità della storia. E’ in questo modo che le parole possono arrivare a fare del male o del bene. E’ come se pronunciando una parola noi evocassimo una marea, un’onda di energia di significati che investe la persona a cui la nostra parola è diretta. Per questo fa male continuare a ripetere certe cose anche a noi stessi, ad esempio concetti e parole negativi. Se un bambino si sente continuamente dare dello stupido, crescerà credendo di essere stupido, perché è al concetto di stupido che si adeguerà e farà molta fatica ad abituarsi a pensare di valere qualcosa. In questo contesto diventa fondamentale il linguaggio delle madri. E’ questo il linguaggio parlato dai bimbi come da ognuno di noi. Noi parliamo la lingua di nostra madre, la lingua che lei ci ha insegnato. E per lingua non intendo soltanto parole e suoni, ma anche metaforicamente tutto un comportamento che assimiliamo da piccolissimi e portiamo dentro fino alla morte. ALLA RICERCA DEL SILENZIO Avalon è lontana: non soltanto viviamo di parole, non soltanto diamo alle parole un potere ed un peso eccessivi, ma soprattutto siamo abituati fin da bambini a vivere il silenzio come un obbligo anziché come una possibile fonte di ricchezza. Ci viene detto con toni arroganti, minacciosi, e naturalmente urlando : Stai zitta, taci, fai silenzio! Non ci è stato insegnato ad amarlo, a rispettarne e conoscerne il valore. Invece dovrebbe essere un privilegio il fatto di non essere obbligate a parlare. Così, è difficile passare dall’abitudine di parlare al silenzio, ed è’ un percorso che va fatto per gradi. Innanzitutto è necessario imparare a ridimensionare il potere della parola: chiamare le cose col loro vero nome per dare loro il giusto valore. Le cose sono soltanto ciò che sono. Tutto segue questa legge: la serie di aggettivi che si aggiungono per meglio definirle sono, per l’appunto, aggettivi che evocano altro, ma il senso vero e proprio di una parola è già nella parola stessa. Così un dolore non è mai un “grande dolore”, o un “dolore tremendo”: è solo dolore. Dolore significa già terribile e tremendo, altrimenti non sarebbe tale. Allo stesso modo non serve definire travolgente una passione: il travolgimento è implicito nell’idea stessa della passione. Una persona che non si lascia travolgere difficilmente proverà passione per qualcosa. E’ importante parlare con proprietà, con precisione, ed in maniera semplice, dicendo il minimo indispensabile, lasciando da parte le chiacchierare noiose ed inutili e i luoghi comuni. Significa risparmiare tempo e forze. Conoscere il nome delle cose permette di dominarle. E’ per questo che alla fine del suo processo creativo Dio nomina le cose: per “definirle”, per dare loro un confine dopo averle separate dal resto, per dire ”tu sei questa cosa e basta”, “qui tu inizi e qui tu finisci”. E’ utile imparare a discernere il senso delle parole, specialmente il senso originale, l’etimologia. Studiare e conoscere, perché in questo modo le parole non potranno più far paura. . Se si impara a chiamare le cose col loro vero nome, si darà dato loro il giusto valore. Le cose chiamate con il loro vero nome possono risplendere della loro meravigliosa grandezza, o essere mortalmente ridimensionate. “Non nominare il nome di Dio invano” significa che si deve usare bene la parola, che si deve averne rispetto e usarla il meno possibile, solo se necessario. Usare la voce a sproposito comporta una grande perdita di energia. La voce va usata piuttosto per cantare, per raccontare favole, per “guarire”. Imparare ad esprimersi con chiarezza e precisione, dicendo esattamente ed in maniera concisa quello che si pensa porta velocemente all’essenza del problema. A mano a mano che si impara ad esprimersi con concisione e semplicità, la semplicità e la chiarezza si fanno strada anche nel cervello: anche gli atteggiamenti e la stessa vita vengono sfrondati da ciò che non è indispensabile, il modo di essere e di fare diventerà più semplice ed essenziale, ed è a questo punto che il silenzio diventa più vicino, e che si incomincia a tacere. Si incomincia a sentire, invece di chiedere. Si incomincia a dare, invece di dire. Si comunica con il corpo, come Raven, e si impara a leggere il corpo degli altri, senza più farsi ingannare dalle parole, perché si “sente” col corpo, nel silenzio, cosa ti stanno davvero dicendo. IL CALICE, ANCORA UNA VOLTA La creazione tramite la parola è una modalità di creazione maschile. Tutte noi ci siamo conformate a questo sistema che ha la sua utilità e il suo pregio, ma possiamo fare ben altro. La parola del credo cristiano è parola di Dio, un dio maschile. Giurare, dare la propria parola, è una modalità tutta maschile di comportarsi. Dobbiamo capire come funziona, sapere come usarla perché ogni giorno incontriamo parole, ma prendiamo coscienza del fatto che il parlare ed il parlato sono una modalità espressiva che poco ha a che vedere con il femminile. Dio è prima di tutto Dio Padre. La Grande Madre del resto, ha spesso un compagno o degli amanti – e quanti ne vuole -, ha sempre dei figli, ma mai un Padre, cioè una figura a cui essere “sottoposta”. Perché è lei la creatrice, non LUI. E la donna crea creando, con il fare, non con il dire. Nell’Incanto di Doreen Valiente la Dea dice “ogni ATTO d’amore e di piacere mi appartiene”, ogni “atto”, non ogni “parola”. La verità è che tutto ciò che esiste è stato generato, come dicevano gli alchimisti. “Generato”, non “nominato”. Anche gli alchimisti esercitavano il loro solve et coagula nel silenzio per arrivare alla creazione dell’oro. Il silenzio è la modalità che accompagna la creazione al femminile. Forse per questo si dice che la parola è d’argento e il silenzio è d’oro, e forse proprio il silenzio è l’oro a cui gli alchimisti tendevano. La parola è come un principio attivo che ha bisogno di terreno fertile su cui attecchire, e il terreno fertile è il silenzio che la accoglie come un grembo. Come una coppa. Come un Graal. La parola non verrebbe notata in una distesa di altre parole: spicca perché si contrappone ad una realtà molto più discreta, quella del silenzio. Il silenzio non ha il potere evocativo della parola, ma il potere essenziale di contenere: serve un atto di volontà perchè al suo centro nasca la parola, è nel silenzio che tutte le cose, non solo le parole, si generano e si rigenerano, così come è al silenzio che si ricorre per trovare pace e rigenerarsi, mentre nel caos di una discoteca è più probabile stordirsi. La parola coincide con l’azione, il silenzio con la stasi. Come la stasi è l’unica realtà che annulla l’azione, perché forma un muro che non si può abbattere, perché è “non azione”, così la parola si combatte e si vince col silenzio. Ogni volta che avremo fatto silenzio al di fuori di noi ed avremo evitato di parlare (replicare, spiegare, giustificare, esprimere giudizi ed opinioni) avremo risparmiato energia e forza per noi. A meno che non si tratti di un grido o di un pianto liberatorio senza il quale potremmo esplodere, è utile imparare a fare silenzio dentro, e renderci conto che la mente continua a secernere pensieri e parole inutili. Il silenzio è segreto ed oblio: custodisce, o annulla. Contiene senza svelare, permette alle cose di esistere senza essere rese note. Noi restiamo nel dubbio, come Viviana di fronte al silenzio di Raven: non sai o non mi vuoi dire? Ed è qui che si capisce come il potere del silenzio sia di gran lunga maggiore del potere della parola perché la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere. Come metafora, noi donne dobbiamo TORNARE A FARCI CALICE, ma non solo il calice del nutrimento perpetuo, cioè del continuo dare anche quando non richiesto, bensì il calice che raccoglie, che contiene. Dobbiamo reimparare il nostro ruolo, che non è solo quello di dare. E’ vero, la donna dà nutrimento, dà il seno, il latte, la vita, coccole e carezze. Ma non facciamoci fuorviare dall’abitudine a questa modalità: il DARE è azione verso l’esterno, è tipico dell’uomo, è l’uomo che eiacula, che dà, lancia il proprio seme verso l’esterno. La donna è colei che RICEVE. E molte di noi si sono dimenticate come si fa. Molti rapporti d’amore - e non solo - finiscono proprio perché l’uomo non si sente accettato dalla compagna, che insiste nel dare consigli, nel cercare di migliorarlo, nel suggerirgli “per il suo bene” come e cosa fare…..Nella polarità dare-accogliere ci siamo così sbilanciate in un solo senso, che non siamo più capaci di ricevere nulla, neppure un complimento, neppure il meritato denaro per un lavoro ben fatto, neppure una ricompensa. E poi ci sentiamo esaurite, svuotate, senza più forza. Dobbiamo reimparare ad accogliere, a ricevere. Per stare con gli altri, per comunicare davvero, dobbiamo sentire cosa dicono. Dobbiamo tacere, stare ad ascoltare. Nelle espressioni verbali e non, in ogni sospensione, in ogni pausa, nella scelta dei termini ecc. , se stiamo ad ascoltare riusciremo a vedere tutto il mondo dell’altro. Ma per ascoltare, ascoltare davvero, è necessario fare silenzio. Prima di tutto con la voce, poi con la testa: sospendendo il giudizio, il pregiudizio, l’impressione. Quando sarai riuscita a fare silenzio in questo modo, il tuo non sarà solo ascolto, ma diverrà accoglienza: metterai da parte te stessa per dare spazio all’altro. E poi diverrà vera e propria accettazione. Non siamo solo ciò che mostriamo: siamo soprattutto ciò che non mostriamo, ciò che non vorremmo mai mostrare, ciò che non diciamo. E quando accettiamo di incontrare, agire, ascoltare, vivere anche “Quelle” parti di noi sepolte nel silenzio, parti di noi spesso così prorompenti perché legate agli istinti ed ai bisogni primari, vedi al sesso o all’aggressività., comunque alla sopravvivenza, non diventiamo solo più complete, ma più ricche: come Persefone, incontriamo Plutone coi suoi doni, e magicamente diventiamo più umane e tolleranti con gli altri. Perché chi ha sperimentato comprende e tollera anche le piccolezze altrui, compatisce nel senso di patire insieme, e si sente in dovere di stare zitto, mentre chi giudica, chi è convinto di avere ragione, di sapere come stanno le cose, in genere ha sperimentato e vissuto poco e si sente in diritto di dire la sua, senza pensare alle conseguenze che questo atteggiamento può avere. Le streghe, invece, conoscono bene il valore del silenzio. E’ chiaro che a tutti piacerebbe poter urlare, far conoscere al mondo ciò in cui si crede e ciò che si sente, ma per molto tempo questo non è stato possibile, e sinceramente non sono convinta che sia possibile oggi. Entrando a far parte di una congrega, o anche semplicemente aiutando o curando una persona, le streghe si mettono in luce, prendono una posizione, e mettono e hanno messo la sicurezza della loro vita e di quella dei loro cari nelle mani di altre persone. Quando si rende manifesta la propria posizione non solo si è automaticamente classificati ed etichettati, ma si lascia una specie di strascico che coinvolge altre persone a noi vicine, che vengono come “contagiate”: una persona che ci è amica, o è legata a noi, nell’opinione comune è “come noi”. Ciò che noi facciamo viene trasferito anche a chi vive intorno a noi, anche se all’oscuro di ciò che facciamo. E’ per questo motivo che le sorelle sanno conservare il silenzio ed il segreto anche a costo della vita: “in perfetto amore ed in perfetta fiducia”. UN RITUALE PICCOLO PICCOLO Visualizza al centro del tuo corpo, dove tu pensi che sia il tuo centro, una mandorla di luce bianca che pulsa. Concentrati su di essa e prendi coscienza di questo: ogni volta che taci e non pensi, l’energia che non disperdi va a nutrire la mandorla che è in te. ____________________________________________________________________________ NOTE 1 – Robert Graves, I miti greci , Longanesi & C, Milano, 1963, cap. 13 paragrafo a, pag.44 2 - R. Graves, op.cit. pag. 123 3 – R. Graves, op.cit., pag. 220 4-R. Graves ,op.cit., nota n. 2 pag. 164, 5 – Marion Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon, Mondadori, Cles, 1988, pag. 108 6 – M. Zimmer Bradley, op. cit., pag.274.
*Testo
e ricerca di Barbara Coffani per http://www.ilcerchiodellaluna.it
© 2006
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Dee e Dei, in ordine alfabetico:
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Aditi, |
Benzai-ten,
Bellona, Blodeuwedd, Baubo, Bastet Babd Brigid, Cerere, Chere, Cibele, Coventina |
Dakini, Demetra, Durga Ecate, Eisantelechi, Eostre, Ereshkigal, Erinni, Estia Flora, Freya, |
Gaia,
Ganga Gendenwita, Gorgoni, Hathor, Inanna, Iside, Ishtar, Kali, Kore, Kwan-Yin, |
Laima, Lilith, Macha, Mafdet , Mamapacha, Mari Maria, Maria Maddalena, Medusa, Morrigan, |
Nut, Oestara, Oya, Oshun, Pachamama, Pele, Persefone, |
Reitia, |
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| Ade Apollo |
Crono | Dioniso, Ermes |
Giove |
Lugh Mercurio |
Pan Plutone |
Saturno Urano |
Zeus |

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